Il Tirreno

Pisa

Una scena hard nel dipinto per il duomo

di Maurizia Tazartes
Una scena hard nel dipinto per il duomo

Galileo segnalò l’«atto disonestissimo» raffigurato da Pagni e l’opera venne rimossa. Ora è esposta nel museo di S. Matteo

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PISA. Galileo non aveva potuto fare a meno di sottolineare l'"atto disonestissimo" rappresentato in quella tavola d'altare. L'aveva vista portare via dal duomo, per cui era stata fatta. "Io mi ricordo veder rimuovere in Pisa, da una chiesa principale, una tavola, entrovi il corpo di San Michele col demonio sotto, pur in atto disonestissimo". Un baldanzoso e muscoloso san Michele cavalca il demonio sdraiato sotto di lui. Un atto sconveniente in un dipinto religioso, che doveva rappresentare san Michele Arcangelo che abbatte il diavolo circondato dai vari santi, mentre due piccoli angeli sostengono la tenda che idealmente copriva l'antica icona della Madonna piazzata nel mezzo della tavola, oggi sparita. Il quadro, spettacolare, esposto al Museo di San Matteo, aveva creato scandalo in epoca di Controriforma, tanto da spingere a cancellare il povero diavolo, oggi scarsamente visibile. L'autore del dipinto è il pesciatino Benedetto Pagni, un manierista che aveva studiato a Roma presso Giulio Romano, diventando poi uno dei suoi collaboratori a Palazzo Te di Mantova. Lo ricorda nelle Vite del 1568 Giorgio Vasari aggiungendo che il pittore «aveva molte cose lavorato in Pescia e nel duomo di Pisa una tavola». La tavola è questa, come hanno confermato i documenti di pagamento ritrovati a fine Ottocento.

Ma chi poteva aver ordinato al pittore un quadro con una iconografia così irriverente? Era stato l'Operaio del duomo Bartolomeo da Forcoli, che il 12 dicembre 1551 aveva affidato a Pagni, presente a Pisa, la pittura di una tavola con san Michele e quattro santi, che doveva incorniciare una copia della venerata Madonna sull'altare delle Grazie in duomo. Con la raccomandazione di farla più bella di quella che si trovava già nella chiesa e con cornici dorate. Il 19 settembre del 1553 il dipinto era pronto e il pittore saldato. Nel contratto si richiedeva la pittura di quattro santi, cioè di Michele Arcangelo, Andrea, Sebastiano e Stefano. Pagni, cui era stata concessa una certa libertà, aveva aggiunto Bartolomeo in onore del committente e sostituto Sebastiano con Giovanni Evangelista.

In ogni caso l'Operaio doveva essersi pentito presto, visto il risultato scandaloso. Ma come mai si era rivolto a un artista di Pescia, non troppo noto nella natia Toscana, dove si ferma solo dal 1547 al 1553? Tra le ipotesi, quella che l'ordine della commissione sia arrivato dall'ambiente mediceo fiorentino, dove lavoravano i cugini del pittore, Lorenzo e Cristiano. Probabilmente i due avevano ottenuto il consenso di Pier Francesco Riccio, il potente factotum di Cosimo I. La tavola viene mandata da Pisa a Pescia, dove il pittore la dipinge. Il risultato è un'opera sorprendente e scenografica, con figure dal forte plasticismo e colori accesi, ben giocati tra viola, verdi, rossi e azzurri. Lo stile rivela una notevole originalità, capace di mescolare influssi fiorentini, romani, mantovani. Il taglio e l'impostazione riprendono l'interesse per l'architettura del pittore, che nei documenti si faceva chiamare "architectus".

Ma a giustificazione dell'Operaio, bisogna ricordare che non era facile in quegli anni trovare artisti pisani bravi da ingaggiare in opere di rilievo. Prima del diretto intervento dei Medici nel duomo e nella chiesa di S. Stefano dei Cavalieri, i committenti non sapevano a chi rivolgersi. Ai fiorentini preferivano senesi come Beccafumi o artisti della cerchia romana di Raffaello come Perin del Vaga, che però non lega con Pisa. Se ne va infatti senza fare ritorno, lasciando incompiuti i lavori. Neanche Beccafumi si era trovato bene in città, dove le sue opere non avevano incontrato il successo sperato. Troppo moderno, troppo spregiudicato con i suoi tagli di luce radenti, le figure sfatte e accese in spazi tenebrosi. Meglio forse uno come Niccolò dell'Abrugia, cioè Niccolò Pisano, di origine pisana, ma il suo Sacrificio di Isacco del 1537 viene sostituito solo tre anni dopo da un dipinto di analogo soggetto del piemontese Sodoma. Ai pisani, insomma, non piacevano gli sprazzi della maniera, avrebbero preferito qualcosa di più tradizionale. Magari un pittore come Giovanni Antonio Sogliani che, nonostante la patria fiorentina, finisce con l'avere notevole fortuna a Pisa, continuando la collaudata linea di Fra Bartolomeo e Andrea del Sarto. Sogliani - scriveva Vasari - piaceva «a coloro che senza dilettarsi delle fatiche dell'arte e di certe bravure, amano le cose oneste, facili, dolci e graziose». Era stato in questo clima di confusione artistica che il povero Bartolomeo da Forcoli aveva tentato la carta Pagni. Ma il pittore, ribelle nonostante l'apparente adeguamento ai modi definiti e smaltati di un Bronzino e a qualche nota iconografica di Pontormo, come i due angeli, non ci sta a privarsi della soddisfazione di creare una scena ambigua, forte e trasgressiva, come quelle che aveva visto e studiato da Giulio Romano. E non ci pensa due volte: la realizza e la invia a Pisa per il duomo. Ma dopo essere stata esposta qualche decennio, la tavola diventa inaccettabile. Bisognava cancellare quel corpo di diavolo, anzi addirittura togliere quel dannato quadro con il suo san Michele ingonnellato a cavalcioni del demonio. Un gesto simile non era tollerabile neppure dall'illuminato Galileo. Noi oggi invece lo troviamo efficace e lo possiamo ammirare al Museo di San Matteo tra madonne duecentesche e statue lignee quattrocentesche.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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