La protesta
Il patron di J Colors a Rebeldìa: comodo fare gli anarchici
Carlo Junghanns invita gli attivisti a lasciare l’immobile di via Montelungo, loro gli chiedono il comodato d’uso
PISA. «Comodo essere anarchico».
A cinque mesi dall'occupazione dell'ex Colorificio Toscano, Carlo Junghanns, presidente della J Colors, rompe il silenzio e scrive agli attivisti del Municipio dei beni comuni, cartello di associazioni che ha “assegnato” lo stabile di via Montelungo a Rebeldìa. Con una lettera al vetriolo, che fa seguito alla richiesta di sgombero dell'ex Colorificio, Junghanns attacca Rebeldìa e invita i suoi attivisti a lasciare la struttura occupata.
«Da quando vi siete introdotti nel nostro sito produttivo a Pisa, ho seguito le vostre enunciazioni ed evoluzioni per scoprire fino a che punto la natura umana arriva a compiacersi delle sue debolezze e le giustifica in ogni modo possibile pur di soddisfare le proprie aspirazioni anche quando non legittime – scrive Junghanns -. Già prima dell'occupazione vi siete dati un gran da fare nel redigere un libercolo (“Rebelpainting”, nda) colmo di menzogne e di false notizie sulle nostre attività aziendali per crearvi un alibi ideologico ed una giustificazione materiale per il furto che vi accingevate a compiere: una occupazione di una proprietà privata ancora in uso per disporre di una sede adatta per le vostre attività illegali ad un costo inesistente e per un tempo il più esteso possibile. Vi siete accattivati la partecipazione di varie associazioni (probabilmente ignare dei vostri veri scopi e metodi), in modo da costruire intorno a voi quell'alone di legittimità che non vi appartiene».
Dopo aver ricostruito la storia del Colorificio Toscano, smentito le accuse di speculazioni immobiliari e criticato le iniziative di Rebeldìa («che intendono sottrarsi a quella prassi che proprio la sinistra invoca da sempre a gran voce: il pagamento delle tasse»), il numero uno della J Colors, invita Rebeldìa a lasciare la struttura occupata.
«Noi possiamo solo appellarci allo Stato per far valere le nostre ragioni e i nostri diritti e le vostre azioni ci impediscono di disporre di beni che non solo abbiamo pagato, ma che continuiamo a sostenere con il versamento annuale di odiate tasse come l'Imu. Vi propongo di abbandonare il vostro proposito di perpetuare l'illegale occupazione del Colorificio. Esistono strumenti che consentono ad associazioni portatrici di interessi collettivi in regola con le normative l'assegnazione di proprietà pubbliche senza invadere le proprietà private altrui. Oppure il vostro proposito è di mantenervi sempre fuori dai canoni legali convenzionali?».
Non si è fatta attendere la risposta di Rebeldìa: «Sorprende la rappresentazione caricaturale delle nostre attività, note a tutti come modello di cooperazione tra cittadini. Se sgomberato, l’ex Colorificio resterebbe vuoto per anni, perché il mercato non consente più di fare profitti mediante speculazioni edilizie. Abbiamo qualche dubbio che il ritorno al degrado dell'area sia davvero legittima. Chiediamo di riprendere in considerazione l'ipotesi di un comodato d'uso, che garantirebbe il possesso dell'area e il diritto costituzionale a un suo uso sociale finché resterà abbandonata. Se prevarrà uno spirito di ascolto e collaborazione, si può arrivare ad una soluzione condivisa, nell'interesse di tutti», rispondono gli attivisti di Rebeldìa invitando Junghanns a visitare lo spazio occupato «per vedere come è diventato bello e vissuto».
E mentre al presidente della J Colors rispondono anche i suoi ex dipendenti, giuristi, giornalisti e associazioni che concordano con la “visione sociale” di Rebeldìa degli spazi abbandonati, si moltiplicano gli appelli al sindaco Filippeschi affinché intervenga a difesa del Municipio dei beni comuni.
L'ultimo non arriva né da Rebeldìa né da altre realtà associative, ma dal consiglio comunale della Spezia che, con una mozione, chiede al sindaco della città ligure «di inviare una lettera di sensibilizzazione al collega pisano per farsi partecipe di una mediazione favorevole al Municipio dei beni comuni e all'esperienza maturata dalle associazioni che lo animano, affinché venga tutelata quell'esperienza».
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