Sicurezza
Quel pezzo di un polittico grandioso
Il dipinto di Masaccio in S. Matteo viene dalla chiesa del Carmine. Era parte di un grande insieme ora disperso in vari musei
PISA. Severo, barba scura, San Paolo sembra guardare verso il futuro. È lì al Museo di San Matteo da più di un secolo, dopo essere passato in diverse collezioni cittadine. Dipinto in un pannello di legno è quasi certamente uno dei pezzi superstiti di un'opera grandiosa di Masaccio, il Polittico di Pisa realizzato per la chiesa di Santa Maria del Carmine.
Frammento prestigioso, ricordato nel 1640 circa da Paolo Tronci nel suo Libro di Ricordi come opera di Masaccio proveniente dalla chiesa del Carmine.
Chi lo ricorda? Eppure, quella tavola dipinta a tempera su fondo oro (cm 62 x 34,5), che susciterebbe l'invidia di qualsiasi museo americano, ha una storia interessante.
Faceva parte di un grande insieme fatto di più tavole unite tra loro, un polittico appunto, di cinque metri d'altezza compreso l'altare su cui poggiava.
Un'opera vistosa, oggi smembrata e dispersa nei musei di Londra, Napoli e Berlino. L'aveva ordinata al venticinquenne Masaccio il notaio pisano ser Giuliano di Colino degli Scarsi da San Giusto.
Il notaio, che aveva ottimo gusto e parecchi quattrini, il 19 febbraio 1426 firma con il giovane Masaccio il contratto per la pittura di una pala d'altare per la sua cappella nella chiesa pisana del Carmine.
Una cappella fresca di costruzione con volte a crociera e colonne in marmo di Carrara, dove il notaio aveva dal 1415 i sepolcri di famiglia.
Il pittore, dopo aver affrescato a Firenze le Storie di san Pietro nell'omonima chiesa del Carmine, si trasferisce a Pisa per tutto il tempo dell'esecuzione del lavoro, alternando brevi viaggi a Firenze.
È un artista forestiero, come tanti altri che in quel periodo hanno commissioni a Pisa, in quegli anni sotto Firenze, che spadroneggia anche in campo artistico.
Ser Colino, molto preciso come si conviene a un notaio, registra tutti i pagamenti dati al pittore in diverse rate, sessanta fiorini complessivi (contro gli ottanta stipulati), una cifra altissima per quel tempo.
Segna anche il momento in cui Masaccio comincia a lavorare («la dipinse, cominciolla a dì 19 di ferrario 1426»). Si preoccupa che non prenda altri impegni in città sino a che il dipinto non sarà terminato, garanti il fratello di Masaccio, Giovanni detto lo Scheggia, e lo scultore Giovanni Pardini da Pietrasanta.
A controllare il lavoro c'è "maestro Antone", priore della chiesa, probabile tramite con i confratelli carmelitani della commissione affidata al pittore fiorentino.
Così il giovane e grande Masaccio comincia a battere le strade di Pisa e a lavorare nel convento del Carmine con i suoi aiuti, tra cui il fratello e il garzone Andrea di Giusto. Mangia nel convento o in qualche trattoria, parla il suo fiorentino popolare e magari fa a botte, usanza allora comune tra gli artisti.
Il 26 dicembre di un anno dopo l'opera è conclusa e il pittore torna a Firenze. Che cosa rappresentava?
Sebbene sia problematica la ricomposizione dell'aspetto originario del polittico, possiamo utilizzare la descrizione del 1568 di Giorgio Vasari che aveva visto l'opera ancora integra sul suo altare.
Comprendeva al centro una Madonna col Bambino e quattro angeli, ai lati in altri pannelli San Pietro e San Giovanni Battista da un lato, San Giuliano (in onore evidentemente del notaio committente) e San Niccolò dall'altro.
E nella predella piccole figure con la vita di quei santi, cioè i Martiri di san Pietro, san Giovanni Battista, san Giuliano e san Nicola e nel centro l'Adorazione dei Magi, «con alcuni cavalli ripresi dal vero-dice Vasari- che non si può desiderare di più».
Il San Paolo di Pisa doveva stare probabilmente in un registro superiore insieme ad altri santi. Molte figure ornavano la cuspide intorno ad una Crocifissione al vertice del polittico. Le tavole e le dorature del polittico erano state preparate dal falegname senese Antonio di Biagio.
Si trattava di un'opera complessa e impegnativa, che nel Cinquecento veniva protetta da una cortina dipinta da maestro Mariano di Piero della Valenzana.
Tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento il complesso viene smembrato e disperso nel corso di un radicale rinnovamento degli altari per esigenze di controriforma.
Perduti i pannelli laterali con le immagini dei santi, oggi rimangono la parte centrale con la Madonna col Bambino e quattro angeli, conservata alla National Gallery di Londra, la Crocifissione al Museo di Capodimonte a Napoli e alcune tavole più piccole con i santi Agostino, Girolamo, un frate carmelitano e vari elementi della predella allo Staatliche Museen di Berlino.
Questo grande dipinto impegnò molto il pittore per la complessità dell'iconografia, come dimostrano pentimenti e rielaborazioni di scene e figure.
Masaccio dà un aspetto scultoreo ai santi e soprattutto alla Madonna, in linea con Donatello che nel 1427 è a Pisa e in contatto con lui.
Maria riempie il trono con la sua mole ed ha un aspetto realistico ripreso da qualche donna pisana.
Il Bambino, grassottello e ricciuto, mangia chicchi d'uva dalla mano della madre.
Particolari sono gli effetti di luce che giocano con i fondi oro, le ombre di pieghe e panneggi, le sottili e preziose aureole e la leggera linea rossa che profila le figure. Inediti sono gli scorci da cui sono ripresi gli angeli che suonano strumenti musicali.
È il mondo nuovo che si affaccia, il primo Rinascimento che pone le distanze con il Tardogotico, che pure in città stava dando esempi interessanti con pittori come Alvaro Pires. Ma sono i giganti della pittura come Masaccio che, con coraggio, girano pagina ispirandosi ai grandi scultori contemporanei.
Le figure non sono più icone, più o meno fiorite, ma personaggi ripresi dalla vita. San Paolo fa pensare che, nonostante la posa ieratica, sia stato ispirato da qualche personaggio reale, magari dallo stesso notaio ser Giuliano. Certamente i frati carmelitani hanno posato per i vari santi.
Ed è bello, sognare, immaginare, pensare di fronte alle opere d'arte.
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