Il dolore
Psicologa sportiva ed escursionista
Possono essere calpestate molteplici strade per arrivare alla stessa meta; qualunque essa sia. Dal luogo che ho abitato negli ultimi seimilacinquecento giorni (giorno più giorno meno), mi sono...
Possono essere calpestate molteplici strade per arrivare alla stessa meta; qualunque essa sia.
Dal luogo che ho abitato negli ultimi seimilacinquecento giorni (giorno più giorno meno), mi sono spesso chiesto, lanciando un'occhiata al di là della finestra che mi separava dal mondo, se ci fossero state anche più vie per arrivare in vetta alla montagna che mi trovavo davanti.
Quel 'poster' alla mia stanza, a promemoria di una libertà violata, ho scoperto essere la Pania della Croce, 1858 metri di montagna toscana.
Ci sono diversi sentieri per poter arrivare a gustare il panorama dall'alto.
La si può avvicinare, per esempio, partendo da Cardoso e passando dal Monte Forato. Imboccando al mattino il sentiero che taglia tra la boscaglia, si può pranzare all'ombra del monte col buco. Arrivare poi, a pancia piena e grondanti di sudore a Foce di Valli non è così difficile. Il complicato arriva una volta attaccata la Costa Pulita che, con i suoi quattrocento metri di dislivello in ripida ascesa, conduce spietatamente al Passo degli Uomini della Neve.
Gradino dopo gradino. Senza pietà, senza tregua.
Ascoltando i locali ho dedotto essere una Costa "Pulita a son di moccoli"; imprecazioni essenziali per spingere le chiappe fino alla selletta. Sopravvissuti alla serie serrata di scalini nascosti dall'erba, c'è da svoltare a sinistra per raggiungere la cresta. Il bivio non è ben segnalato o forse lo è ma, accecati dalla fatica, può capitare di proseguire oltre prima di accorgersi, ahimè, di dover tornare indietro ormai troppo vicini al rifugio alle pendici dell'Uomo Morto.
Ci sono più strade per arrivare in vetta alla Pania; due, tre, quattro possibilità per raggiugere la Croce, quella croce che per anni ho immaginato, dipinto, scolpito nella mia fantasia.
Lo spettacolo è garantito lassù, specie se si ha la fortuna di trovare una giornata limpida.
Non una parola di più sul tramonto che si può godere, sul mare!
Molteplici strade così come molteplici sono gli incroci, gli intrecci della vita.
Ahimè, se solo avessi potuto scegliere; se solo avessi potuto non sbagliare quel bivio anni fa; se solo potessi tornare indietro, oggi, per imboccare l'altra via così, semplicemente così, come si può fare coi sentieri per salire in Pania!
Certe direzioni si prendono per scelta, altre per costrizione, altre ancora per incoscienza … e ci si trova qui, in un vicolo cieco, col le spalle inchiodate a un muro freddo, umido e semi ammuffito. E ci si trova qui, a contemplare la Pania, la Croce, rimuginando invano su bivi e possibilità, su chi siamo, su chi saremmo stati se fossimo nati in tempi diversi, in luoghi diversi, da parenti diversi; se avessimo scelto strade diverse, amicizie diverse, se avessimo dato risposte diverse...
A diciotto anni e diciotto giorni per la precisione, se avessi detto: "No!" a quanto mi fu chiesto di fare, di certo sarei morto, finito a concimare i campi della mia terra natale. Ma morto lo sono anche oggi perché quel giorno, rispondendo: "Si!" a quella chiamata, a quella pretesa così lontana dalle mie abitudini, sono morto comunque.
La mia vita è finita quel giorno. Ed è ricominciata così...
Mi chiamo L.L. e sono un ospite della Casa di Reclusione di Pisa, reparto A.S.
Oggi compio 18 anni…sì, 18 anni di galera.
Il mio fine pena non mi spaventa più ormai…è un fine pena lungo.
E' un fine pena: MAI.
Sono stato condannato perché con ferocia ho compiuto una carneficina. Una strage con causale criminalità organizzata e per questo reato c'è l'ergastolo.
Un ergastolo che non approvo perché per gente come me, che ha compiuto quello che ha compiuto come me, la pena ideale è la pena di morte. Non c'è riabilitazione né recupero per quelli come me, travolti e insanguinati dal senso di colpa.
Sì, perché non c'è percorso per sedare quelle voci interiori che da quel giorno non mi hanno più permesso di guardarmi negli occhi. Di guardarmi allo specchio.
Non so neanche più chi troverei riflesso di fronte a me stesso; non so se mi riconoscerei in quei lineamenti più vecchio di due decenni.
E mi vergognerei. Sì, mi vergognerei di guardarmi negli occhi.
Dai miei diciotto anni e diciotto giorni ad oggi, l'unico compagno che non mi ha mai davvero abbandonato è stato il senso di colpa col quale convivo 'full time'.
Non chiedo perdono a nessuno perché non c'è perdono per quel che ho commesso e perché io stesso non mi perdono.
Questa lettera, l'ennesima lettera, l'ultima lettera, riporta la mia verità.
Quella verità alla quale nessuno ha mai dato credito, spacciandomi per il peggior criminale dell'organizzazione.
Avevo solo diciotto anni e mio padre doveva dei soldi all'uomo sbagliato; quest'uomo una sera mi caricò sulla sua macchina e mi giurò, ficcandomi in bocca una pistola, che se non avessi iniziato a lavorare per lui, avrebbe sterminato i miei fratelli ( sei fratellini ) sotto gli occhi di mia madre.
Un unico incarico assolsi per lui e fu un totale disastro.
Il mio compito era intimidire un debitore. Non avrei dovuto sparare, solo intimidire.
Quello era il mio compito.
Ma non avevo mai fatto niente di simile in vita mia. Mai. Non avevo mai fatto niente di male a nessun essere umano e quel giorno fui preso dal panico.
Mi comunicarono orario e indirizzo del posto dove avrei trovato quella persona. Mi recai in una carrozzeria poco fuori città ma non trovai lo scenario che mi avevano delineato.
Ed ebbi paura.
Avevo diciotto anni e un'arma in mano che neanche sapevo di saper usare in caso di necessità. Non so perché ma quel pomeriggio non trovai una persona disarmata in quella carrozzeria ma sei uomini armati fino ai denti.
L'istinto mi portò a sopravvivere e sparai tanti dei colpi che avevo a disposizione.
Li uccisi tutti, maledetta fortuna del principiante! Tutti tranne uno, l'uomo debitore che adesso stava immobile davanti a me, come me, con un'arma in mano.
Entrambi, come animali, puntavamo l'altro.
Un movimento mi distrasse dall'obiettivo e fu fatale. Poco distante da noi, sotto al bancone, scorsi un bambino. Era terrorizzato.
Aveva la pelle bianca come il latte, i capelli scuri e gli occhi chiari, accecanti come due fari nel cuore della notte.
Non potrò mai dimenticare quel bambino bloccato e muto, implorante di non uccidere più, di non uccidere almeno l'ultimo uomo rimasto.
Era decisamente suo padre.
Forse il suo unico errore, come per mio padre, era stato di dovere denaro alla persona sbagliata. Non volevo sparare o sì. Forse neanche lui voleva sparare ma semplicemente intimidire, lasciarmi un messaggio. Non so se partì prima il mio colpo o se il mio sparo partì per riflesso. Sparammo. Insieme o d'istinto, ognuno al fuoco dell'altro.
Quell'uomo morì. Con lui, anch'io voglio credere di essere morto.
Purtroppo però, dopo un lungo coma, la sorte mi ha risputato all'inferno. Avevo un conto in sospeso con la vita, una pena da scontare.
L'ultima cosa che vidi quel giorno furono gli occhi verdi di quel bambino che supplicava pietà.
Il mio fine pena eterno è la peggior condanna che potessero infliggermi perché giorno dopo giorno sono costretto a rivedere quegli occhi, quei due fanali accecanti, additanti la mia coscienza.
Ogni giorno rivivo quel giorno dove l'istinto ha prevalso su tutto e non mi ha permesso di ragionare, neppure di scappare. Sono colpevole.
La pena di morte sarebbe l'unica liberazione dal senso di colpa che non riesco a sopire.
Dicono che un uomo morto non può morire una seconda volta … io mi sento un uomo morto, imperdonabile causa della spregevole svolta al destino di quel figlio. Dentro di me c'è terreno sterile, arido, bruciato da un acido che non permette all'erba nuova di ricrescere. Neanche di riprovarci.
Sono arrivato qui, nel reparto A.S. di Pisa in seguito ad un episodio avvenuto intorno al mio diciottesimo compleanno. E proprio oggi che compio i miei secondi diciotto anni, eccomi, ai piedi della Pania dove ho deciso di piantare la mia Croce.
Ho imparato a leggere. Ho imparato a scrivere. Ho imparato ad aspettare, ad osservare…e con tutto quello che di buono ho imparato in questi anni, sono evaso.
Per anni ho volto lo sguardo al medesimo paesaggio, quella montagna, il mio piccolo Everest. Sembrerà strano ma l'ho sempre trovato differente quel monte al mutare ciclico del tempo, del giorno e delle stagioni.
Sono evaso ma non per ricominciare altrove, non per fuggire alla mia pena perché non c'è posto nel mondo in cui possa essere lontano da me; ed io vorrei essere soltanto lontano dalla bestia che mi porto nel cuore e mi azzanna il cervello.
Il senso di colpa che mi porto dentro non mi fa più dormire, cucito come un'ombra alla pelle che porto; tatuato con un codice, la matricola che, come un treno, mi conduce a destinazione.
Sono evaso per camminare su quelle molteplici strade che mi hanno descritto le brave persone incontrate in questo brutto posto e poter fingere di aver scelto io il sentiero che mi ha portato fin qui, alla mia croce.
Morirò serenamente assiderato in questa serata stellata d'inverno; sono certo che avrò il tempo per godermi lentamente la morte visto che in un istante ho bruciato una vita.
Ho scritto sul far del gelido tramonto questa lettera che lascio nella scatola di latta del libro di vetta.
…chissà chi la troverà…
Non posso cambiare il passato anche se per diciotto anni ho pregato perché questo accadesse.
Posso però spengere quei fanali che illuminano tenacemente quanto mi scoppia dentro. Oggi, di nuovo maggiorenne in questa vita diversa da quella di prima, una sola cosa mi sento di fare: morire.
Quanto unisce l'uomo che sono al ragazzino che ero, è il senso di colpa.
Quel groviglio indissolubile che non riesco a sciogliere, quel macigno che non riesco a sgretolare, quel lato oscuro nella mia anima che non voglio più illuminare…
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