La manifestazione
Il capolavoro dimenticato è portoghese
Il dipinto è nella chiesa di S. Croce in Fossabanda, l’autore ha lasciato altre tracce a Pisa. La città in crisi nel Quattrocento
PISA. Uno dei più affascinanti dipinti in cui possiamo imbatterci a Pisa è la Madonna con il Bambino e angeli della chiesa di Santa Croce in Fossabanda. Si tratta di una tavola dell'inizio del Quattrocento, che rappresenta una Madonna in trono con grandi occhi sgranati e lunghe dita sottili, stilizzate come in un'icona. Un drappo di damasco rosso spicca sul sedile gotico. Il Bambino sorridente appoggia i piedini sulle ginocchia della madre. Otto angeli circondano il gruppo sacro con strumenti musicali e simboli. Con le sue notevoli dimensioni (olio su tempera, cm 231 x 135), la tavola domina la chiesa dall'altare principale. Colpisce il suo sapore esotico: chi l'avrà mai dipinta? Facile stavolta: ai piedi del trono una scritta in maiuscolo lo rivela: "Alvaro Pires Devora Pintov". L'autore è il portoghese Alvaro Pires, un pittore estroso che dal paese natio ha deciso di battere i vicoli della Toscana. Molto misterioso sino a qualche anno fa, quando una mostra a Lisbona del 1994 e alcuni studi lo hanno fatto riemergere dall'oblio. A ricordarlo nel passato era stato Giorgio Vasari nelle sue Vite cinquecentesche, che lo dice allievo del senese Taddeo di Bartolo.
Nato a Evora in Portogallo in un anno imprecisato della seconda metà del Trecento, Pires è uno dei tanti stranieri che percorrono all'inizio del XV secolo la Toscana, dove dai documenti sappiamo che si trova dal 1411 al 1434. Nel 1411 è a Prato a lavorare nel Palazzo del Ceppo, poi è a Pisa, nel 1423 a Volterra, nel 1424 a Lucca e probabilmente in altre città della Penisola. E dappertutto lascia le sue Madonne con il Bambino, dai caratteri tipici, certamente appresi in patria e poi mescolati alle novità italiane in un'evoluzione che lo spinge verso le forme eleganti e assottigliate del Tardogotico.
Guardando la sua opera nella chiesa di Santa Croce in Fossabanda, lo si immagina girare per la Pisa di allora, parlare con i frati minori, esprimersi in un linguaggio misto tra portoghese e italiano, discutere sul prezzo del dipinto, dormire accanto a tavole e pennelli in qualche stanza del convento, dove ha certamente trovato ospitalità. La Pisa del tempo era una città cosmopolita, con bellissimi palazzi, ma in grave difficoltà. Venduta nel 1406 dai Visconti di Milano a Firenze per 200.000 fiorini d'oro, era sotto il torchio del fisco fiorentino. Il 4 ottobre 1424 il Capitano di Pisa scriveva ai Dieci di Balia: "Et chi va per Pisa vede per esperienza che è uno dolore al cuore…", sottolineava la distruzione e lo sterminio delle sue strutture, immaginando la città ridursi a una "spelonca". Dovevano essere tempi duri davvero. Molti pisani, emigrati o esiliati, erano stati rimpiazzati da forestieri. Pisa stava perdendo la sua identità culturale, avviandosi quindi verso un' inesorabile decadenza. Anche la sua realtà artistica, grande nei secoli precedenti, si sfilaccia. La produzione di opere d'arte si impoverisce, gli artisti pisani sono costretti ad andarsene alla ricerca di nuovi mercati per esercitare il proprio mestiere. Le commissioni importanti sono date a fiorentini, con la conseguenza di secolari incomprensioni tra le due città.
I documenti riportano lunghi elenchi di presenze straniere, anche se non sempre rimangono le loro opere d'arte. Nei primi anni del Quattrocento, ad esempio, in città ci sono le botteghe del senese Martino di Bartolomeo e Giovanni di Pietro da Napoli, forse soci, e quelle dei pisani Turino Vanni e Battista di Gerio, che con pochi altri riescono a sopravvivere. Nel 1426 arriverà Masaccio a lavorare a un grande e complesso dipinto nella chiesa del Carmine. È in questo clima che il portoghese Pires giunge a Pisa, dove c'era un'importante comunità di mercanti catalani. La sua formazione spagnoleggiante è evidente in una delle prime opere fatte per il territorio pisano, la Madonna con il Bambino e due angeli per la chiesa di Sant'Agostino di Nicosia presso Calci, complesso oggi in rovina tra frasche e arbusti. Un tempo sul retro della tavola, conservata al museo di S. Matteo, spiccava la scritta "Alvarus Petri de Portugalli pinxit" (Alvaro di Pietro del Portogallo dipinse). La Madonna ha il tipico naso affilato, gli occhi spalancati e fissi, il Bambino rosato e paffuto tiene in una mano un giglio fiorito e nell'altra un cartiglio con una scritta che allude alla zona campestre in cui i gigli sono nati, forse proprio nelle campagne di Nicosia. La tipologia della Madonna e del Bambino, i colori accesi e densi giocati su rosso, blu e oro, ricordano l'arte iberica, ma già aggiornata sulla pittura fiorentina del tempo. La data probabile delle due opere può essere la metà del secondo decennio del Quattrocento.
Si ipotizza che Pires sia giunto in Italia al seguito di Gherardo Starnina, che aveva lavorato a lungo a Valencia alla corte di Giovanni I di Castiglia e rappresentava a Firenze la nuova corrente del Tardogotico. Il pittore da Firenze si sposta per nuove commissioni a Prato, Pisa, Volterra, Lucca e in altre città toscane, subendo influenze locali. Crea piccoli dipinti devozionali e grandi polittici, cioè dipinti su legno, costituiti da più parti unite fra loro da una cornice fissa o da cerniere. Opere oggi smembrate di cui rimangono pezzi superstiti con Santi e Madonne, chiusi in musei, chiese e collezioni private. Ignorate, a distanza di secoli rivelano la raffinatezza di un pittore come Pires, capace di rendere la lucentezza dell'oro, le velature di lacca rossa e di azzurrite, la corposità dei lapislazzuli, gli arabeschi dei troni lignei e dei damaschi. Non dimentichiamole.
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