Il Tirreno

Pisa

«Vogliamo lavoro qui, non 500 euro»

di Luca Lunedì
«Vogliamo lavoro qui, non 500 euro»

La protesta dei profughi che da alcuni giorni hanno occupato il centro della Croce Rossa in via Pietrasantina

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PISA. A volte in cui la realtà supera la fantasia: dieci giovani che rifiutano 500 euro che spettano loro per legge perché vogliono cercare lavoro. La storia parte da lontano, dal Ciad e dal Mali, per l'esattezza. Due stati africani che per motivi diversi vivono da anni in stato di guerra (il primo è in guerra con il confinante Sudan dal 2006 e nel secondo è in corso una guerra civile per la quale è intervenuta l'Onu).

La premessa è necessaria per far capire come mai centinaia di profughi hanno cercato scampo attraversando la Libia e, due anni fa, si sono riversati sulle coste italiane di Lampedusa. Una parte di loro ha risalito lo stivale ed è arrivata all'ombra della Torre, venendo accolti in una struttura della Croce Rossa in via Pietrasantina Una volta arrivati in Italia hanno cominciato la trafila per chiedere lo status di rifugiato politico e poter circolare in Italia legalmente. A giudicare, caso per caso, è demandata una speciale commissione del Ministero dell'Interno, la cui sede più vicina è a Firenze. Scaduto il periodo di accoglienza, ma non ancora in regola con i documenti, una decina di questi giovani hanno deciso di non andarsene rifiutando i 500 euro di “buonuscita” cui hanno diritto per legge pur di poter essere in regola integralmente. Siamo stati in via Pietrasantina e li abbiamo incontrati.

«Quello che denunciamo e che ci sembra inaccettabile è che non sia stato fatto nessun tentativo di integrazione». A parlare è Beatrice, studentessa di Agraria, che occupa lo stabile (o meglio il container) della Croce Rossa, per portare solidarietà ai rifugiati. Essendo una delle poche che parla italiano continuiamo con lei: «Per ognuna di queste persone le strutture ricettive ricevono 46 euro, ma niente arriva in mano a loro. Non sono stati promossi dei corsi per insegnare loro l'italiano e tutte le promesse, dai tirocini agli ostelli, sono state disattese. Tre di loro non sono stati nemmeno chiamati dalla commissione che dovrebbe assegnare il permesso umanitario, se escono di qua che fanno? Hanno anche proposto il rientro in patria, ma loro non vogliono tornare nella guerra, hanno fatto di tutto per scappare».

Dopo qualche diffidenza iniziale e la promessa di non fare loro foto, si avvicinano anche gli altri ragazzi e riusciamo a trovare un interprete, a parlare è Ali, viene dal Ciad: «Vogliamo solo che vengano rispettati i nostri diritti di asilo e di integrazione. Negli altri centri di accoglienza vengono cambiati i vestiti, noi ci vestiamo alla Caritas. Non vogliamo soldi, non vogliamo un lavoro sicuro, vogliamo che ci venga insegnato come cercare lavoro e come guadagnarci da vivere onestamente. Siamo qua da due anni, non abbiamo fatto nulla di male e abbiamo cercato di parlare con tutti ma il comune (l'assessore Ciccone, ndr) non ci vuole incontrare. Vogliamo solo trovare una soluzione, non siamo mica contenti di abitare in sei in una camera».

Anche Ibrahim prende coraggio e vuole parlare: «Sono due anni che la Croce Rossa ci promette un cambiamento ma qui non cambia nulla, se hanno spesi tutti questi soldi per noi perchè siamo ancora così? Vogliamo solo costruire il nostro futuro, stare in regola e costruirci una vita».

Ci portano a far veder il container che ospita i bagni e continua il racconto della giornata del 28: «Scadeva il termine del periodo di accoglienza, sono venuti gli stessi volontari della Croce Rossa e fare lo sgombero, erano in otto e si sono portati via i letti, le stoviglie per cucinare, ci hanno lasciato solo con gli effetti personali dicendo che se non avessimo accettato i soldi non li avremmo potuti più prendere. Abbiamo aspettato fino alle undici di sera per vedere se era possibile trovare una soluzione, poi abbiamo deciso di restare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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