Il Tirreno

Pisa

Una superspa che produce tanto amore

di Candida Virgone
Una superspa che produce tanto amore

La storia della famiglia Biver, campionessa di volontariato: un padre, una madre, sei figli due dei quali adottati

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PISA. «Non facciamo niente di particolare. Facciamo cose terra terra, ma che ci appagano. In questo senso è anche qualcosa di egoistico, ma non per sentirci dire bravi: seguire questo stile di esistenza è una questione di mentalità».

La filosofia di vita di Cecilia Cella è quella che fa della «tribù Biver» qualcosa di speciale e unico nel mondo spontaneo e fantastico del volontariato concreto, votato ai bisogni degli altri e non di facciata. Nessuno si percuote il petto o pensa di ripulirsi la coscienza da chissà che con la carità pelosa, tutt’altro. La consapevolezza che quello che per altri è «diversità» - l’handicap, la disabilità - può essere una ricchezza, non solo per capire il senso vero della vita ma anche per vivere meglio tutti insieme condividendo ogni cosa e aiutando chi ha bisogno, è una sorta di parola d’ordine non detta ma respirata in questa famiglia che incontriamo a Barbaricina, sul viale di San Rossore.

Qui la Biver & Co - padre, madre, quattro figlie loro e due figli adottivi e disabili - ha la sua casa e il sogno su cui ha costruito la sua esistenza, un’associazione che dà una mano a chi nella vita potrebbe, in questo caso solo potrebbe, aver avuto meno fortuna degli altri, ma che intanto ha avuto la fortuna di incontrare della gente speciale. L’aria particolare si respira appena si entra nel grande giardino e in questa casa vissuta e senza fronzoli, dove il vero lusso sono l’umanità e la cultura che ci sono e dove c’è una libreria con tanti volumi perfino in bagno... In fondo al giardino c’è il loro tesoro, un tesoro che non ha bisogno di essere chiuso in cassaforte: la sede della loro associazione, in cui, con l’aiuto di 25 volontari, vengono coinvolte in attività una settantina di persone con disabilità varie ogni settimana, da più di vent’anni. Il gruppo è collegato all’associazione friulana «Dinsi une man» (Diamoci una mano), del movimento di Capodarco, e dal gruppo ha preso il nome.

Qui dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12 e dalle 3 alle 6, persone con disabilità varie seguono laboratori di falegnameria, cucina, pittura, intercoiffure (con l’ex parrucchiere Piero Fedeli) e da 16 anni anche di teatro (le prove si fanno al Cep, gli spettacoli al Verdi) con attività di espressione corporea che, attraverso musica, scenografia e mimo, escluso il linguaggio verbale, arrivano alla messa in scena di musical. Ma come si è arrivati a tutto questo? Parlare di favole non piace ai protagonisti di questa storia, aperti al mondo eppure rigidi solo sulla loro semplicità, ma la loro vita sembra roba dell’altro mondo. Questa storia non comincia a caso: è frutto dell’incontro di due persone speciali, Pascal Biver, neonatologo pisano, e Cecilia Cella, insegnante, le cui strade si incrociano agli inizi degli anni 80. Lui ha più di trent’anni, lei non ne ha ancora venti e, come educatrice, con la sua grinta friulana, porta in pediatria una bimba disabile che assiste. È la piccola Serena, che in un certo senso in questa storia è «Galeotta» di una condivisione di ideali. Il matrimonio arriva nell’85, «non per chiuderci al mondo, ma per aprirci agli altri», come dice Cecilia. Le nozze a marzo, l’adozione di Serena, che oggi ha 32 anni ed è la capostipite della Spa, ad agosto.

Il resto è una strada in discesa: nell’86 arriva Chiara, che oggi è logopedista a Roma, nell’87 Sara, ostetrica a Tolmezzo, nel 91 Lucia, che segue le orme del padre e studia medicina, nel 2001 Marta, ora in prima media, ad agosto 2009 arriva in casa Luigino, abbandonato l’anno prima al Santa Chiara e che qui ha “rimbambito” tutti. La sentenza che chiude il lungo iter per la sua adozione è arrivata un mese fa, il giorno del suo terzo compleanno: festa doppia. Pascal e Cecilia operano insieme nel volontariato dall’84, nel Comitato unitario handicappati che stava in via Conte Fazio prima, per passare poi in un prefabbricato in via San Paolo ed approdare infine, nel ’91, nel giardino di casa loro, dove viene costruita la sede di «Dinsi une man». Due soli dipendenti, un contratto normale e un part time, e il lavoro dei tanti volontari con un contributo della Regione attraverso la Società della salute. «La cosa più importante è mettersi in gioco - dicono Pascal e Cecilia - non piangersi mai addosso e, soprattutto se si è genitori di un figlio disabile, aprirsi agli altri, con gioia». «Siamo una famiglia felice»: sorride Pascal. «Più che altro - incalza la roccia friulana Cecilia - siamo una famiglia che funziona: basta non essere soli...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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