Il Tirreno

Pisa

E il questore disse ai Taviani: siete rossi non farete il cinema

di Marco Barabotti
E il questore disse ai Taviani: siete rossi non farete il cinema

I famosi registi, originari di San Miniato, premiati con la Torre d’argento parlano del loro rapporto con Pisa

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PISA. Un amarcord pisano per i fratelli Taviani, a conclusione della cerimonia di premiazione della “Torre d’argento”, con cui venerdì il Comune ha insignito i due maestri del cinema italiano, nonché ambasciatori della cultura italiana nel mondo “per aver dato lustro a Pisa”. Un ripescare a ritroso intenso ed emozionante, partito con la scoperta del cinema proprio nella città della Torre.

«Allora - ha detto Paolo - vivevamo di cinema e basta. Pisa e la sua solare architettura - così presente nello stile dei nostri film, come hanno sottolineato alcuni critici - in quei giorni si confondeva con un’idea irriverente della città: le piazze, le strade erano legate per noi all’ubicazione delle sale cinematografiche. I Lungarni al Supercinema, piazza San Paolo all’Odeon, corso Vittorio al Cinema Italia, piazza Carrara al CinemaTeatro Rossi, qui, a pochi passi dall’Università. Proprio al Rossi vedemmo “Ladri di biciclette”. Pioveva quel pomeriggio. Avevamo il viso bagnato di pioggia, ma anche di lacrime. “Lacrime estetiche!” ci scherzavano i nostri amici, commossi come noi».

I Taviani hanno ricordato alcuni “celebri” incontri di quel tempo: coi registi Valentino Orsini, Mario Benvenuti e il professor Sebastiano Timpanaro. «Siamo contenti di essere premiati qui al Verdi - ha detto Paolo - perché qui intorno abbiamo passato gli anni della nostra giovinezza: tra via Sant’Andrea e il tribunale che allora non era ancora stato costruito. Si usciva da una tetra via Palestro e fatti pochi passi si raggiungevano i lungarni caldi e assolati. Quelli decantati da Leopardi (e Paolo cita il passo leopardiano: “L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora…”).

«Qui al Verdi, dove oggi la città di Pisa ci onora di questa “Torre d’argento” - ha detto Paolo - durante uno spettacolo nel loggione fui attratto da una bella e inquietante giovinetta bionda. Dissi fra me: “Quella quando cresce è mia…”. E’ diventata mia moglie».

Vittorio ha poi ricordato come la famiglia Taviani nel ’45 arrivò a Pisa. «Montammo - ha detto - su un camion del circo che restò bloccato a San Miniato. Ricordo che io e Paolo ci barricammo sul tetto con le gambe penzoloni. Andammo ad abitare in via Sant’Andrea, proprio in quella via dove si consumò da parte dei fascisti la strage di Pardo Roques, presidente della Comunità ebraica pisana, ucciso insieme ad altre undici persone dai soldati tedeschi il primo agosto del 1944. Ho ancora davanti a me quello sgabuzzino dove i fascisti perpetrarono la strage».

Poi, da parte di Vittorio, un saluto sentito alla città: «Grazie pisani, per averci accolto allora a braccia aperte. E’ merito anche vostro se abbiamo potuto fare e vivere di cinema. Ci avete dato tanto e ci siete rimasti nel cuore. Ci ritorniamo sempre volentieri, come quando l’Università di Pisa ci consegnò la laurea honoris causa: là nel palazzo alla Giornata e nei dintorni abbiamo passato anni indimenticabili. E tra i ricordi, voglie citare quello davanti alla fabbrica dei fiammiferi di Putignano occupata. Il questore di allora disse a me e a Paolo: “So che siete rossi e volete fare il cinema. Se continuate così il cinema non lo farete mai…”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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