Il Tirreno

Pisa

Le celle telefoniche raccontano

di Candida Virgone
Le celle telefoniche raccontano

Caso Ragusa, i cellulari di casa agganciano tutti per quella notte l’area di via Luigi Bianchi

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PISA. Domani saranno undici mesi esatti dalla scomparsa di Roberta Ragusa, l’imprenditrice di 45 anni svanita nel nulla in una gelida notte di gennaio dalla sua casa di Gello di San Giuliano e per la cui sparizione è indagato dal 1º marzo il marito, Antonio Logli, 49 anni. Dopo mesi di avvistamenti fumosi e depistaggi, non si sa se intenzionali o casuali, dovuti a disperati in cerca di ribalta o ad un burattinaio che cerca di orchestrare scenari diversi da quelli reali per bloccare l’inchiesta, le indagini si concentrano tutte sia sul passato della coppia che sulla nottata maledetta, quella fra il 13 e il 14 gennaio.

Si concentrano sulle telefonate fra Antonio e la sua giovane amante, Sara Calzolaio, 29 anni, due lunghissime ed una brevissima, fra le dieci di sera e mezzanotte e diciassette, quando i telefoni tacciono fino alla mattina.

E si concentrano ancora sulle celle che i cellulari di famiglia agganciano fra mezzanotte e mezza e le sette meno un quarto del mattino, quando Antonio racconta di essersi svegliato e di aver trovato il letto vuoto, senza saper dire se la moglie sia mai andata a dormire o meno. Lui dice di aver dormito profondamente da mezzanotte e mezza a quando suona la sveglia.

Il cellulare di Roberta, con certezza, quella notte resta a casa sua, purtroppo, insieme a tutte le sue cose, borsa, documenti, soldi, il cappello che l’avrebbe difesa dalla sinusite e che portava sempre con sé, una copertura adeguata per difendersi dal freddo della notte. Nella ricostruzione degli inquirenti e nelle supposizioni plausibili, Roberta deve essere uscita di fretta, dopo una scoperta improvvisa, o per parlare con qualcuno o in preda all’impeto. È uscita e a casa non è più tornata. Tutti gli altri telefoni di famiglia agganciano in quelle ore la stessa cella, quella di zona, attaccata a Porta a Lucca, quella di via Luigi Bianchi. Ma questo significa ben poco. L’aggancio ad una sola cella non può dire se si è rimasti fermi o ci si è mossi. I cellulari della famiglia Logli potrebbero dunque essere rimasti tutti a casa, quella notte, o essersi spostati, ma entro l’area coperta dal punto di via Luigi Bianchi, che va da Porta a Lucca all’area di Gello e in parte a quella di San Giuliano.

Le indagini, condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri e dirette dal sostituto procuratore Aldo Mantovani, sono in una fase veramente delicata. Fino a questo momento sono più di trecento - amici, parenti, conoscenti, testimoni - le persone ascoltate in merito alla misteriosa scomparsa di una mamma di 45 anni che ha lasciato a casa due figli adorati, Daniele, 16 anni, e Alessia, 11. Tutti hanno fornito particolari preziosi alla ricostruzione degli ultimi anni di vita della coppia. Logli, su cui pende l’accusa di omicidio volontario e mai ascoltato finora come indagato, è stato di fronte a carabinieri e pm per tre volte, solo come denunciante e teste. Intanto non mancano telefonate e lettere anonime che non trovano però riscontri obiettivi in nessun caso, anzi, sembra profilarsi spiccato il profilo di un’opera di depistaggio spesso maldestra e tardiva, infamante e poco credibile. Intanto il gruppo web sulla signora Ragusa ha organizzato una cerimonia per ricordarla ad un anno dai fatti: così sabato 12 gennaio gli amici in rete e quelli di San Giuliano daranno vita ad una manifestazione che prevede anche una messa, celebrata dal parroco della frazione alle 18 nella chiesa locale.

La storia ha turbato il piccolo centro, sia per il contesto in cui è maturata, quello di una famiglia qualunque, sia per le dinamiche domestiche di doppie vite che si intrecciano e che ad un anno dai fatti possono portare a dimenticare. Ma dimenticare è difficile, e più giusto è continuare a chiedersi come sia possibile svanire nel nulla senza tracce.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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