Il dolore
Ragusa, depistaggi e schizzi di fango
Telefonata e lettere anonime sulla presunta doppia vita di Roberta, ma il clou dell’inchiesta resta quella maledetta notte
PISA. Depistaggi continui sul caso Ragusa. Solo così possono configurarsi telefonate e lettere anonime che stanno arrivando a giornali e tv. E non sono neanche poche. Ma appaiono solo depistaggi, un tentativo maldestro e a questo punto incomprensibile di riportare questa partita, fra chi evidentemente conosce la verità e chi deve scoprirla, ancora verso un capitolo ormai chiuso, quello di un allontanamento volontario, ipotesi a cui ormai non crede più nessuno.
Che possa essere ancora in vita Roberta Ragusa, la mamma scomparsa a 45 anni quasi un anno fa, nella notte fra il 13 e il 14 gennaio scorsi, dalla sua casa di Gello di San Giuliano Terme, non lo crede e non può crederlo purtroppo più nessuno. È chiaro invece che, per motivi incomprensibili, c’è chi cerca di far fare un passo indietro ad un giallo che resta carico di mistero e che non ha certo bisogno di nuove battute di arresto. Non si capisce se questi messaggi siano opera di sciacalli o sfaccendati a caccia di uno spicchio di ribalta o se dietro ci sia invece la mano di chi quella notte si è imbattuto, magari anche solo per caso, in questa donna e le ha fatto del male. Come la telefonata che è arrivata alla nostra redazione di Pontedera giovedì scorso, quando un uomo, voce di mezza età, accento carrarese, ha chiamato per segnalare che lui Roberta la conosceva bene, che lei aveva una relazione da anni e che poteva dirlo con certezza perché sarebbe stato più volte testimone dei suoi incontri con un fantomatico amante. Si risparmiano i particolari su questa sequela di nefandezze, in cui però rispunta ancora una volta un suv, come nell’avvistamento di via Contessa Matilde.
E dire che nelle indagini portate avanti dalla procura e condotte dai carabinieri, a carico di questa mamma di famiglia non è mai emerso nulla, né un particolare su una doppia vita, né, tantomeno, un pettegolezzo. Roberta, per tutti, era una sorta di pallina da biliardo, imbottita di senso del dovere, che rimbalzava fra casa, lavoro e due figli che amava oltre misura, Daniele, 16 anni, e Alessia, 11. E ancora un suv spunta in una lettera inviata a una tv, in cui una ennesima sedicente amica dice di averla portata quella notte, sconvolta, su desiderio stesso di Roberta, in un bosco in provincia. Ma se anche questa donna avesse avanzato una simile richiesta, quale amica non avrebbe perso la nottata a dissuaderla e non l’avrebbe invece riportata a casa?
Nel mirino degli investigatori, più di ogni cosa, c’è quella notte, quello che può essere accaduto, fra le dieci di sera e le sette meno un quarto, quando il marito, Antonio Logli, 49 anni, unico indagato in questa storia per omicidio volontario dal 29 febbraio scorso, si è svegliato e ha detto di non aver trovato accanto a sé la moglie e di non essersi accorto se fosse venuta a dormire o meno. Alle dieci circa Antonio va a pulire l’autoscuola accanto alla casa, per quanto il giorno dopo sia chiusa, ma è solo una scusa per due lunghe telefonate con l’amante, di circa un’ora l’una, che vanno avanti sin quasi alla mezzanotte. Si parlano con due telefoni sconosciuti Antonio e Sara Calzolaio, 29 anni, ex baby sitter di casa e segretaria dell’autoscuola di famiglia, la Futura. Sara fa uno squillo e lui richiama. L’ultima chiamata di quella notte è telegrafica, avviene a mezzanotte e 15 e finisce a mezzanotte e 17.
Che succede in quei pochi minuti? Il sospetto è che Roberta, che da tempo vagheggia dei due ma non vuol crederci, abbia sorpreso Antonio, che invece dice di aver parlato con Sara dalla soffitta di casa, capendo chi c’era all’altro capo del filo. Una fuga nella notte, sconvolta, sola o con qualcuno, un chiarimento con una persona che conosceva, un brutto incontro con estranei sbucati dal buio, possono essere l’ultimo atto di un dramma familiare banalmente come tanti, ma il cui epilogo, comunque sia andato, non era in programma.
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