Il dolore
Bocciato al concorso a Pisa, vince il Nobel dell’informatica
Dino Distefano si è aggiudicato un premio superprestigioso elaborando un software che evita il crash dei computer
PISA. Laureato a Pisa nell’anno accademico 1997/98 e premiato con una sorta di “Nobel dell’informatica” a Londra lo scorso 29 novembre. In mezzo, una bocciatura al concorso per il dottorato nella nostra Università, due chiamate per lo stesso ruolo in Olanda e Svezia e la creazione di un’azienda che ha risolto il problema più importante dei computer: evitare che si impallino, cioè (detto tecnicamente) che vadano in crash.
Dino Distefano, 39 anni, di Biancavilla (Catania), oggi ricorda con piacere i giorni pisani e ci tiene a non essere classificato come il classico cervello in fuga rancoroso verso il suo Paese che non ha saputo apprezzarlo: anzi, «l’Università a Pisa è stata un’esperienza molto positiva della mia vita e vorrei che fosse chiaro».
Distefano oggi è professore alla Queen Mary University della capitale inglese ed è stato insignito del “Roger Needdham award” che, insieme al “Turing award”, è il più prestigioso riconoscimento riservato agli informatici; il premio è stato consegnato alla Royal Society di Londra e va a chi si è distinto nei dieci anni successivi al conseguimento del dottorato (il Phd). «Ero molto teso – ammette il docente – perché non era un esame a presentazione con accademici che conoscono quello che fai».
La sfida, pertanto, era «rendere la mia lezione accessibile alla gente non tecnica presente e, contemporaneamente, non noiosa per chi è del mestiere».
I 50 minuti più lunghi della sua vita? Distefano, con molta umiltà ha deciso di tenersi la targa commemorativa, ma di dividere le 5mila sterline ricevute (circa 6.200 euro) con il suo team: «La presentazione del mio studio a Londra è il riconoscimento del lavoro duro svolto in questi anni». Insomma, più che il momento di gloria «quello che ha un valore importante» è aver premiato la tecnologia sviluppata. Un software che legge gli altri software scovandone i difetti prima che siano mandati in esecuzione su un computer; in questo modo il sistema può essere migliorato a tavolino, non dopo che i danni si sono verificati. Solo per dire uno degli acquirenti, pensate alla Airbus (gigante europeo che costruisce aerei) e a cosa significhi avere software a prova di crash su un velivolo in quota a 9mila metri. Resta il fatto che Pisa ha bocciato il genio dei computer nel concorso per il post laurea.
Distefano l’ha presa con filosofia: «Nei concorsi può succedere di tutto; non è andata bene e ho provato altrove, perché ci tenevo davvero a fare il ricercatore». Richiesto dagli atenei di Stoccolma e Twente, ha scartato la città svedese («anche se era più bella», aggiunge) perché l’argomento di ricerca olandese era più interessante. Nella città della Torre, invece, «sono finito quasi per caso: dopo il diploma delle superiori non sai com’è il mondo accademico e mi avevano solo detto che Pisa era la migliore per informatica». A posteriori è convinto di aver fatto la scelta giusta: «Effettivamente è così». Ma anche per il “contorno”: «Conservo un bellissimo ricordo. Venivo da un paesino ed è affascinante vedere una città che è una specie di campus esteso. Ho imparato tantissimo e ho incontrato gente valida».
Se gli chiediamo un episodio particolare, sorride e racconta l’esperienza alla mensa universitaria: «Avevo pochi soldi e grazie alla borsa di studio vivevo nella residenza universitaria Don Bosco. Con i miei amici avevamo la mensa gratis e mangiavamo tutti i giorni lì. Ma il menu era ripetitivo e ci sembrava di mangiare sempre le stesse cose, perché conoscevamo in anticipo i piatti previsti». La soluzione? «Dopo un po’ non ce la fai più e prendi il riso in bianco». Ora ha qualche spicciolo in più, ha creato una start-up con Cristiano Calcagno, Peter O’Hearn e Hongseak Yang: si chiama “Infer” ed è cresciuta al punto da poter assumere altre quattro persone: «Sono loro a scrivere il codice, io ormai ho un ruolo più da manager». Lo dice con modestia, quasi con rimpianto per «il lavoro intellettuale». Ma meno ore al computer sono più ore di studio: «Non voglio lasciare la carriera accademica e presto l’azienda potrà camminare da sola».
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