Il Tirreno

Pisa

Parcheggi e riscossione Il Comune passa la mano

di Giovanni Parlato

La legge impone che gli enti dovranno cedere quelle società che gestiscono servizi che non hanno una rilevanza pubblica. Tra questi Sepi e Pisamo

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PISA. Sepi e Pisamo sono due partecipate quasi interamente del Comune di Pisa. Due “gioiellini” che producono importanti utili per le casse comunali così falcidiate dai continui tagli delle finanziarie. Ma, il Comune rischia di perdere le due società cui ha dato vita con buon acume finanziario e imprenditoriale. Infatti, il governo Monti, nella sua revisione della spesa ormai più nota come spending review, non ha puntato il dito soltanto sul numero delle Province da ridurre, ma anche sul numero delle società in cui i Comuni hanno una loro partecipazione.

La logica di questa normativa è semplice: le amministrazioni comunali devono uscire dal mercato dei servizi e si devono limitare alla gestione di quei servizi che hanno una rilevanza pubblica. In pratica, è giusto che un Comune si occupi di trasporto pubblico e rifiuti, ma non della manutenzione di strade o parcheggi.

La prima distinzione da fare è fra le società che fatturano verso il Comune stesso (come per esempio Sepi) e quelle che, invece, sono autonome e fatturano non solo al Comune, ma anche ad altri enti o aziende private.

La normativa si pone lo scopo di separare le società che operano nei servizi pubblici (come il settore dell’acqua o dei rifiuti) da quelle società le cui attività non sono funzionali agli obiettivi dell’ente (come la riscossione dei tributi o la gestione di parcheggi) e che possono anche essere gestite da società private.

In questa riorganizzazione, la legge impone ai Comuni di cedere le quote di quelle società che non hanno una rilevanza pubblica. Per queste ragioni principali, il Comune di Pisa dovrebbe cedere le quote dei suoi “gioellini”. Ma perdere Sepi e Pisamo, per il Comune vorrebbe dire impoverirsi ulteriormente proprio quando aveva messo a regime società in grado di generare importanti utili per il bilancio. Ed è chiaro che Pisa, come altre realtà, non vedano di buon occhio questo particolare aspetto della spending review che sottrarrebbe un patrimonio non indifferente.

Inoltre, ci sono aspetti non secondari. Quando una società (pubblica o privata che sia) è destinata ad andare sul mercato perché scatta un obbligo di vendita, rischia di perdere il suo valore (nel caso di Sepi e Pisamo il valore delle azioni scenderebbe). Al contrario quelle partecipate che non guadagnano e sono in perdita non troverebbero acquirenti. Il Comune, paradossalmente, perderebbe le società in attivo e gli resterebbero sullo stomaco le società che non producono utili.

Inoltre, in questa fase di crisi possono investire soltanto investitori che hanno una grande liquidità perché le banche hanno difficoltà a finanziare nuovi imprenditori con patrimoni insufficienti. E chi ha grandi masse di liquidità, chi si può permettere di comprare, attraverso prestanome, è il crimine organizzato. Una prospettiva certamente non piacevole.

La speranza è che ci sia un giusto equilibrio tra la riorganizzazione delle società e dei servizi al cittadino. Anche se dietro l’angolo si può nascondere sempre un Giuseppe Saggese, amministratore delegato della Trubiti Italia spa, società concessionaria per la riscossione dei tributi in 400 Comuni arrestato il 3 ottobre scorso dalla Finanza. Insieme ad altri avrebbe intascato le riscossioni (decine e decine di milioni) senza mai versarle agli enti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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