Il Tirreno

Pisa

I Guelfi divisi alla sfida del centrosinistra

di Carlo Venturini
I Guelfi divisi alla sfida del centrosinistra

Scambio generazionale in una storica famiglia ex comunista: il padre Guelfo sostiene Renzi, il figlio Carlo è per Bersani

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PISA. Sono cresciuti a “pane e Marx”, ma oggi rappresentano le due anime diverse del Pd. Sono Guelfo Guelfi e Carlo Guelfi, rispettivamente padre e figlio. Su entrambi ha influito la figura di Rodolfo Guelfi, capostipite della famiglia e anche di tutti i segretari provinciali del Pci pisano. Fu Rodolfo ad aprire la prima sezione nel 1945, proprio il giorno della Liberazione. Guelfo, 67 anni, è un renziano convinto; mentre Carlo, suo figlio, commercialista di 40 anni, già liquidatore del Consorzio Pisa Ricerche, propende per Bersani (anche se non lo vuol dire apertamente). L’età dunque non è lo spartiacque che segna la scelta di campo. Oggi si vota per le primarie e, attraverso una famiglia storica della sinistra pisana, si possono cogliere le sfaccettature di un confronto serrato tutto interno al Pd.

Se Guelfo non ha alcun dubbio («Renzi è l’uomo del presente e del futuro»), Carlo ci va giù cauto quando dice che «la parola rottamare è alquanto infelice, così come viene usata da Renzi». Ciò che traccia il solco tra queste due anime della sinistra, diverse seppur comunicanti tra loro grazie ad una grandissima passione per i temi forti della sinistra, è guarda caso il D’Alema “Maximo” che proprio due giorni fa era a Pisa a dare la spallata finale alla campagna pro Bersani. «D’Alema è il campione, è la medaglia d’oro degli errori della sinistra», dice Guelfo che come “spin doctor” ha curato la comunicazione di almeno 18 competizioni elettorali (vincendole tutte) da Vannino Chiti a Claudio Martini. «D'’Alema ha mille ragioni quando dice che la storia non si rottama, perché, aggiungo io, rottamare la storia è pericoloso e tipico di chi, nonostante la giovane età, la pensa come chi apparteneva alla Prima Repubblica». Qui Carlo non si riferisce esplicitamente a Renzi, bensì a quanti, benché anagraficamente giovani, appartengono ad un passato oscurantista.

«Un figlio mi è nato nel 1972 ed un altro nel 1977, ed è questa la generazione che meglio interpreta il presente ed il futuro», riflette Guelfo. «Oggi si vive solo di presente, di fenomeni che non vanno trascurati, ma che non possono soprassedere sul passato». Curioso il fatto che chi parla di più e spesso della storia della sinistra (soprattutto del Pci) è proprio il 40enne Carlo. Forse il padre non ne parla perché lui la storia l’ha vissuta veramente, nelle strade, nelle università occupate, nelle fabbriche, nelle aule di tribunale (testimone al processo Sofri). Ma è sempre Carlo a ricordare: «Poco prima di morire, mio nonno chiamò Guelfo e gli disse: io ho fatto l’Italia, vi lascio le chiavi, fatene buon uso perché non so se noi abbiamo fatto un buon lavoro». C’era una forma di autocritica implicita.

«Non fare autocritica pubblicamente è proprio di chi pensa solo al presente e non ha obiettivi futuri. Chi ha vissuto con mio nonno quel periodo storico può ben dire di aver fatto l’Italia, si credeva veramente in qualcosa e si guardava con costanza ed impegno ai cambiamenti futuri», dice Carlo. Che cosa era il Pci nell’immediato dopo guerra lo ricorda Guelfo: «Una porta aperta, e dietro c’era una tavola dove mio padre si sedeva a mangiare con altri compagni e si parlava di politica con una passione di sguardi e voci che ancora oggi ricordo. Ero piccolo e non capivo quel che si dicevano. Ma quegli sguardi li capivo e continuo a capirli tutt’oggi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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