Il Tirreno

Pisa

Meno farmaci, più ricerca: così si risparmia

di Candida Virgone
Meno farmaci, più ricerca: così si risparmia

Il punto sulle infezioni ospedaliere in un convegno di infettivologia: si ammala il 9% dei pazienti gravi

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PISA. Come essere sempre più agguerriti sul fronte delle infezioni ospedaliere, soprattutto in tempo di magra e tagli preoccupanti anche alla spesa sanitaria? Una ricetta per gli infettivologi ci sarebbe ed è quella di fare prescrizioni più appropriate e soprattutto di investire i risparmi ottenuti nella ricerca indipendente. Cioè quella doverosa e svolta dai medici stessi nelle aziende, in un momento in cui l’abuso di farmaci, come ad esempio gli antibiotici, ha creato resistenza nei germi, tanto da portare al ricorso con successo di prodotti in voga vent’anni fa, semiscomparsi e fortunatamente a bassissimo costo; il tutto mentre l’industria farmaceutica da decenni non sforna nulla di nuovo, preferendo buttarsi sul business concreto delle medicine più costose. Di questo si è parlato ieri al convegno in corso all’Hotel San Ranieri e organizzato dall’infettivologo Francesco Menichetti, direttore dell’unità operativa di malattie infettive dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. Alla presenza di cento specialisti arrivati da tutta Italia, sul tappeto «la sfida della resistenza antimicrobica tra nuovi farmaci e nuove strategie terapeutiche». Della questione, con Menichetti ne ha parlato ieri, in un incontro con la stampa, il direttore sanitario dell’ospedale, Fabrizio Gemmi. Ci si ammala in ospedale in tutto il modo, per lo più con trattamenti invasivi, due per tutti, ad esempio: cateteri o ferite chirurgiche. «Con l’osservanza di specifici protocolli - spiega Gemmi - sono chiaramente fondamentali la prevenzione, una diagnosi rapida, la giusta organizzazione con il coordinamento dei vari reparti a rischio (la terapia intensiva o la trapiantologia lo sono sicuramente più di altri) con gli specialisti dell’infettivologia». «Ma soprattutto - spiega Menichetti - è determinante un uso non empirico, bensì appropriato degli antibiotici, mirati, necessari, in giuste dosi e per un tempo adeguato».

Oggi si parla di programmi di prescrizione antibiotica assistita, antimicrobial stewardship, uno staff specialistico multidisciplinare che mette a punto protocolli diagnostico-terapeutici per pazienti a rischio in grado di abbattere la resistenza, ridurre l’uso dei farmaci, contenere le complicanze derivanti da antimicrobici non necessari e abbattere la spesa. «Prima - ha detto Gemmi - si facevano studi di incidenza su singoli casi, ora, come in tutto il mondo, negli ospedali della Toscana c’è un protocollo che si basa su un esame di prevalenza».

«Su 700 ricoverati il giorno - ha aggiunto Menichetti - esclusi day hospital e altre formule che probabilmente abbatterebbero i numeri statistici e considerando i livelli di invasività dei trattamenti fatti in un centro di area vasta come questo (si pensi ad esempio ai trapianti), c’è un 9% di casi, un dato che rientra comunque nella media della penisola».

«E oggi un ospedale - aggiunge l’infettivologo - non può essere solo assistenziale rinunciando ad essere punto di ricerca. In questo senso l’azienda sta facendo delle scelte responsabili e prioritarie. Mancando nuove molecole attive ci vogliono nuove strategie di trattamento, magari appunto con vecchi e meno costosi antibiotici. Ci vuole una valutazione preliminare dei laboratori che dia garanzie sulla potenziale utilità dei dosaggi, ci vuole una visione complessiva dei problemi che porti a relazioni fra specialisti e a consulenze automatiche. Bisogna investire dunque nella ricerca indipendente, fatta dai medici in azienda. I fondi? Aziendali e regionali, in quest’ultimo caso evitando strabismi...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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