Sicurezza
Geologo pisano in Etiopia per la diga gigantesca
«Alluvioni e frane: in Italia non si fa prevenzione, per questo dobbiamo emigrare Noi schizzinosi? Non ho ancora visto sul cantiere né la Fornero né sua figlia...»
PISA. C’è un po’ di Pisa nella gigantesca diga che si sta costruendo nel sudovest dell’Etiopia, e che, con 1870 megawatt di energia idroelettrica, rifornirà un grosso bacino destinato ad alimentare anche le regioni vicine di Kenya e Nigeria.
Francesco Guzzo, geologo pisano di 32 anni, è uno dei 120 italiani che partecipano all’impresa, un grosso progetto di 8 anni (l’impianto dovrebbe essere pronto nel 2015) che vede all’opera cinquemila lavoratori locali e duecento europei: meccanica e turbine cinesi, progetto tutto italiano della Salini Costruttori.
In questi giorni il geologo è a casa, per un breve periodo di convalescenza dopo essersela vista brutta due settimane fa. «Ma è stata una paura passata subito», racconta. Un’improvvisa appendicite acuta, banale quanto pericolosa perché dal sito della diga Gibe-III, in pieno deserto, la capitale è distante sei ore di macchina. «Molto meno in aereo - sorride Francesco, - e la ditta mi ha imbarcato subito sul suo aereo privato per Addis Abeba». Dove il giovane è stato operato, in fretta ma senza timori, in una clinica russa.
E ora? «Fra qualche giorno torno al lavoro, dopo una tranche di ferie, - dice, - riparto volentieri ma è stato bello rivedere l’Italia dopo cinque mesi. Ero lì da giugno e non mi ero mai mosso».
Cosa ti manca dell’Italia?
«Molte cose, anche se lì faccio un bel lavoro e la gente è meravigliosa, sia gli etiopi che gli altri stranieri con cui lavoro. Ci sono anche altri tre toscani, dai 28 ai 37 anni. Lì vogliono bene agli italiani, apprezzano la qualità del nostro lavoro e c’è molta simpatia reciproca. Chiaramente mancano la casa, la famiglia, gli amici... non il governo però».
In che senso?
«I nostri giornali arrivano anche laggiù, e quando leggo che per il ministro del lavoro noi giovani siamo schizzinosi mi torna il mal di pancia. Per ottenere questo contratto ho dovuto superare una dura selezione, lavoriamo dieci ore al giorno sotto il sole con trenta gradi, quando è caldo anche trentotto, ma sul cantiere non ho ancora visto né la Fornero né la figlia».
Ti ha aiutato la laurea a Pisa?
«Eccome. Gli esami sono duri, ma la preparazione è superiore alla media degli altri ateni e quando poi si cerca lavoro questo può fare la differenza».
Non hai mai pensato di rimanere all’Università?
«Sì, ma come avrei fatto a sopravvivere da precario a vita?Non ci sono molti sbocchi lavorativi, neanche per i compagni di corso più brillanti».
E’ difficile trovare lavoro per un geologo?
«E’ un po’ un paradosso. Mi sono laureato con il professor Rapetti, con una tesi su rischio frane e prevenzione. Bene: l’assetto idrogeologico dell’Italia è tale che i geologi servirebbero come il pane, perché la prevenzione costerebbe meno rispetto alla riparazione dei danni da alluvioni e terremoti e salverebbe dlele vite umane, ma... lo Stato non fa prevenzione in modo organico. E così il territorio non è protetto e i tecnici fanno la fame, oppure emigrano».
E’ la prima volta che lavori all’estero?
«No, nel 2011 sono stato a Kampur in India, per la bonifica di un sito industriale. Sono esperienze scomode ma pur sempre esperienze. In Italia lavoro a Larderello, ma da geometra, come disegnatore meccanico: non sono schizzinoso...».
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