Sicurezza
È cresciuta la città che vive sulla rendita
Parla Fontanelli: in politica il ricambio c’è stato le resistenze sono più forti nelle associazioni
PISA. Se si chiede in giro "chi conta a Pisa" e si hanno cinque nomi su cui puntare, un nome sicuro è quello di Paolo Fontanelli. Quasi tutti lo indicheranno, amici e avversari. Segretario pisano di Pci e Pds, assessore regionale, poi sindaco per due mandati ottenuti a suon di voti, ora parlamentare Pd, Fontanelli è la persona giusta per commentare la mappa del potere in città che abbiamo tracciato ieri sul giornale e il tema dello scarso ricambio nelle stanze di comando.
Dunque chi conta a Pisa?
«Per le decisioni della cosa pubblica è la funzione che conta: e quindi il sindaco, la Provincia. Un ruolo importante ce l'hanno il rettore dell'Università e il direttore dell'Aoup, che sono le due grandi aziende pubbliche. Azienda ospedaliera e Ateneo hanno bilanci superiori a quello del Comune di Pisa e hanno più dipendenti».
Con loro il sindaco deve trattare.
«Nelle grandi scelte devi avere con te questi soggetti. Le scelte strategiche sul nuovo ospedale, sulle caserme, la riorganizzazione del sistema museale sono state fatte in concertazione con l'Università e con la Regione da cui dipende l'Azienda ospedaliera. Non è sempre stato così».
Prima cosa succedeva?
«Per tanti anni l'Università decideva sui propri insediamenti o sulle espansioni in città a prescindere dal Comune. Una scelta urbanistica o di ristrutturazione scavalcava gli strumenti dell’amministrazione comunale. Potevamo solo prenderne atto».
Fino a quando è successo?
«Fino all'inizio degli anni '90. Si è iniziato a correggere questo sistema con il rettorato di Modica passando a una pianificazione concordata».
Come si spiega una figura come quella di Pacini, recordman di presidenze?
«Pacini è uno che si costruisce il consenso. Nessuno gli regala le posizioni che occupa nelle associazioni».
Conta molto?
«In una certa misura: pesa nel campo della vita dell'economia locale, nelle valutazioni e nei rapporti col credito».
La massoneria ha un peso? Da sindaco se ne è accorto?
«No, non condiziona le scelte del Comune. Incide sulle carriere e le aspirazioni nelle varie professioni. Io non ho mai avuto pressioni».
E la Chiesa?
«Sono stato sindaco quando l'arcivescovo era monsignor Plotti. C'era un rapporto di stima e ci sentivamo spesso, ma sulle emergenze sociali, non certo sul governo della città. La priorità era come far convergere l'impegno di Comune e istituzioni religiose sui problemi. Non ho mai avuto condizionamenti dalla Chiesa».
E lei? Tutti dicono che conti ancora molto in città.
«Dico la mia nella discussione politica e nel mio partito. Conto per quello che dico e per la credibilità che mi sono costruito. Quando c'è stato da decidere non ho scansato le responsabilità e le decisioni sono state apprezzate, perché ho avuto molti voti. Ma tutto dipende delle funzioni. Da parlamentari in Parlamento, per esempio, non contiamo nulla».
Bottai, Bulgarella, Forti, Madonna. Gli imprenditori edili hanno un ruolo di primo piano nel mondo economico cittadino.
«Hanno avuto un ruolo fondamentale in molte operazioni. Hanno fatto affari, ma hanno anche contribuito alla crescita dell'economia».
In un’intervista al Tirreno, il suo predecessore Floriani sostiene che dopo di lui si è costruito più di quanto avesse previsto il suo piano.
«Il regolamento urbanistico che abbiamo varato era l'attuazione del piano strutturale di Floriani. Poi certo ci sono stati nuovi progetti che hanno ridisegnato la città e sono stati necessari interventi pubblici che non erano previsti: la caserma della Finanza e S. Vito per liberare gli spazi degli Arsenali per il Museo delle navi, il recupero e la trasformazione di volumi alla Saint Gobain (senza aumentare i metri cubi) che consentì di salvaguardare la presenza dell'azienda; il porto, con la demolizione dalla Motofides. Poi ci fu anche una nuova espansione a Calambrone, legata al recupero delle colonie. L'idea era di creare un terzo centro sul litorale. In questo contesto, Pisa è rimasta ai livelli più bassi del consumo di nuovo territorio, in tutta la provincia e in Toscana. Ma c’è un altro fatto».
Quale?
«Gli imprenditori - o più semplicemente chi aveva i soldi - hanno investito nella rendita e nel settore immobiliare più che nelle attività produttive. Investimenti sicuri, senza rischi. E’ successo dappertutto e a Pisa forse di più perché qui c’è il mercato degli studenti (e non solo loro) a cui affittare gli appartamenti».
Sulla Fondazione Pisa è in corso un duello. Che impressioni ne ricava?
«C’è una sfera di autonomia che non si può ledere. La Fondazione ha un ruolo importante, investe risorse significative e lo ha fatto bene con Palazzo Blu e gli impegni sulla cultura e il sociale. Per questo è auspicabile una guida che abbia un buon rapporto con le istituzioni e che sia fortemente rappresentativa».
In generale l’impressione è che nel mondo delle associazioni economiche si premino i soliti noti perlopiù non giovanissimi.
«In parte è vero. Bisognerebbe capire se c'è una spinta al rinnovamento che viene negata o se prevale uno spirito conservatore e si preferisce proseguire su esperienze passate. Ma è indubbio che il mondo delle rappresentanze socio-economiche è cambiato meno. In politica il ricambio c'è stato».
Però proprio la politica è pressata da una richiesta fortissima di cambiamento, anzi di rottamazione di un intero ceto politico.
«Qui si incrociano cose diverse, non bisogna semplificare. C’è un’ondata di antipolitica in Europa causata dall’insicurezza, dalla paura del futuro. In più in Italia scontiamo la crisi del sistema politico iniziata negli anni ’90. Il centrodestra che ha governato negli ultimi anni ha indebolito ulteriormente la visione della politica come interesse generale. Ormai siamo a una politica che è solo occasione per far carriera».
Ma la richiesta di rottamazione è nata nel Pd.
«Certo, il gruppo dirigente del Pd viene anche da una stagione di sconfitte, le critiche e l’esigenza di cambiamento si possono capire. Ma Bersani ha dato prova di prendere sul serio il tema del rinnovamento».
Eppure colpisce, per fare un esempio, come sia cambiata nel giro di pochi mesi anche nel Pd l’aria intorno a un big come D’Alema. Fino a un anno fa era il beniamino della base. Adesso la battuta anti-D’Alema del tour di Renzi è sempre la più applaudita.
«Le platee che partecipano alle iniziative di Renzi non sono quelle del Pd».
Anche lei pensa che se vince Renzi il Pd esplode?
«Mi auguro di no. Sono le cose che dice che pongono un rischio rottura. Non crede più al partito radicato nel territorio, parla di partito liquido, da format tv. Così pone un dubbio di fondo sull'esistenza del Pd che al congresso abbiamo fondato mettendo insieme esperienze diverse e inserito nell'alveo della Costituzione, dove si parla di democrazia come rappresentanza fondata sui partiti. Se i partiti non servono più, se Gori dice che non esistono più destra e sinistra, come può rimanere in piedi il Pd? E comunque le assicuro che D'Alema fa ancora il pieno».
E quell’insofferenza?
«E' un fenomeno legato a certi messaggi che passano nella comunicazione. Le faccio un esempio. Renata Polverini, governatore del Lazio, è un personaggio costruito da Ballarò e fondato sul rinnovamento e la moralità della vita pubblica. Messa alla prova, ecco il risultato: un disastro di corruzione vergognosa».
Renzi chiede soprattutto un ricambio generazionale.
«Ma quello c’è già. I gruppi dirigenti del Pd in Italia oggi sono giovani, c’è una generazione tra i 30 e i 40 anni che dirige il partito nel territorio».
Si fa notare che per andare avanti in politica è richiesta più fedeltà a una cordata che passione e idee.
«Se vuoi fare politica e rinnovare il partito, dici la tua, si discute e provi a conquistare il consenso e ad avere un ruolo sulla base dei voti. Perché nei partiti oggi si vota, ci si conta. Non vale il discorso: non mi sostiene nessuno, ma sono innovativo e voglio considerazione. Il merito in politica c'è: ottieni il consenso e vieni giudicato per quello che fai».
Non era opportuno fare le primarie anche a Pisa, coinvolgendo la base nella scelta del candidato sindaco?
«Il principio è giusto, ma la valutazione devono darla tutti i cittadini, c'è un doppio turno e quella diventa l’occasione. Il dovere della coalizione che ha sostenuto il sindaco è ragionare sul bilancio delle cose realizzate. Se il tuo bilancio è positivo (e lo è per le cose fatte, per quelle messe in cantiere) difendi il sindaco uscente e lo ricandidi. Se fai le primarie con altri lo indebolisci. E infatti lo statuto del Pd pone differenze tra una nuova candidatura e una al secondo mandato».
Può valere anche il discorso inverso: un’investitura dal basso può rendere più forte la candidatura.
«Io credo che le primarie rafforzino una candidatura nuova, non chi già lavorato. Non si può dire: ha fatto bene, lo sottopongo alle primarie; non funziona. E se c'è un altro esponente Pd che vuole candidarsi si farà una deroga (si è fatta per Renzi). Ci si misura davanti ai cittadini nel primo turno elettorale».
Uno sguardo al futuro di Pisa: su cosa occorre puntare?
«Sulla qualità dei suoi servizi, sul grande sviluppo del suo aeroporto, sulla presenza di innovazione tecnologica e ricerca. Sul turismo siamo cresciuti, i progetti ci sono e vanno completati: fino a 10 anni fa i turisti a fatica arrivavano in Borgo o passavano ponte di Mezzo. Ma si può fare di più La Regione non esprime una progettazione adeguata, bisogna costruire un sistema turistico che metta insieme Pisa, Lucca e Livorno: due città d'arte, il mare e i parchi».
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