Il Tirreno

Pisa

A rischio infiltrazione ristoranti e “Compro oro”

di Candida Virgone
A rischio infiltrazione ristoranti e “Compro oro”

Studiosi, prefetti e Dia a confronto in un convegno al Sant’Anna sul nuovo codice Nel mirino della criminalità ora c’è il commercio, dopo la crisi del mattone

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PISA. Prevenire è meglio per curare. Soprattutto in tema di mafia. La Toscana ed in particolare il territorio pisano, si intuisce da tempo, ed ora come ora i loro commerci, più che il mattone, l’edilizia, ormai in crisi ovunque, sono economicamente appetibili per mafie italiane e straniere: ma la criminalità organizzata deve sapere che qui non c’è spazio per i suoi traffici e che penetrare sarà difficile. Questa certezza è il succo del convegno sul codice antimafia organizzato dalla prefettura e che si è svolto ieri mattina alla Scuola Sant’Anna, alla presenza del sottosegratrio Giovanni Ferrara, giunto in rappresentanza del ministro Anna Maria Cancellieri, assente per un sopravvenuto impegno ad Algeri.

Eppure di infiltrazioni di fatto, a livello ufficioso, si parla da anni, soprattutto in provincia, dove proprio in tempi recenti sono avvenuti vari sequestri di atti e materiali, nell’ambito di indagini partite da altri settori. Oggi si parla di prevenire e ieri alla S’Anna col prefetto, Francesco Tagliente, e il sindaco, Marco Filippeschi, al convegno, sono intervenuti il prefetto Bruno Frattasi, direttore dell’ufficio affari legislativi del ministero dell’Interno, che ha svolto la relazione introduttiva, Alberto Gargani, docente di diritto penale del nostro ateneo, Giuseppe Quattrocchi, procuratore distrettuale antimafia di Firenze, Salvatore Laganà, presidente del tribunale, i viceprefetti Giovanni Migliorelli e Stefano Gambacurta, e il dirigente della divisione anticrimine della questura, Carmela Santoro.

«Per la prima volta si mettono insieme le istituzioni - ha detto Tagliente - magistratura, forze di polizia, enti locali, in questo caso i 39 Comuni della provincia, tesi a creare una rete che impedisca l’ingresso degli appetiti della criminalità organizzata, con un fatto nuovo, il coinvolgimento anche della comunità civile, che deve collaborare. Nessuno ha il coraggio a volte di uscire dai chiacchiericci, invece al desk antimafia non si salva nessuno, si valutano prima i sospetti degli indizi. In questa zona ci sono eccellenze culturali e di ricerca ma anche economiche, si tagliano ancora dei neatri inaugurali, diversamente che altrove. Se qui ci sono o ci sono state infiltrazioni mafiose? Sento puzzo di bruciato, frutto di un’esperienza che non può far sottovalutare come questa zona possa essere terra di investimenti e riciclaggi: ma chi arriva qui deve sapere che trova uno sbarramento...».

Tutti d’accordo su questo punto. Meglio partire prima che ritrovarsi ad esempio come la Lombardia, ormai ostaggio della ’ndrangheta. «Questa non è una terra che produce mafia - ha aggiunto Quattrocchi - ma che rischia sicuramente di importarla. La mafia non è solo a Palermo, Reggio Calabria o Scampìa. La mafia militare oggi si è trasformata in una mafia di affari e i figli dei soliti noti sono ingegneri e informatici che conoscono certi meccanismi meglio dei professori universitari. È incombente su tutti i territori e dove ci sono interessi di notevole portata deve esserci allarme: economia e finanza possono essere permeate e tutto non può essere delegato a polizia e magistratura. Gli imprenditori devono capire che collaborare non è fare il mestiere degli altri, perché è contando sul silenzio che si è sviluppata in Sicilia, la mia terra. Un uso tecnologicamente mirato delle banche dati e dei dati incrociati racconta perché certe fortune si sono sviluppate in sedi impensabili: ma sono in pochi ad avere lo zio d’America...».

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