Sicurezza
Pisa capoluogo, si riapre uno spiraglio
Il sindaco: bene l’area vasta costiera, ora si tratta di interpretare con intelligenza la norma che prevede accordi tra le città
PISA. «L’area vasta costiera unificata ha un peso paragonabile a quello di Firenze e della Toscana centrale: questo dà equilibrio alla regione». Così il sindaco Marco Filippeschi sul riordino delle province. Con Pisa unita a Livorno, Lucca e Massa Carrara si concretizza quella maxi-provincia di area costiera che il consiglio delle autonomie locali (Cal) - presieduto dallo stesso Filippeschi - aveva proposto alla Regione e poi al governo. Respinta invece l’ipotesi avanzata dall’Unione delle Province toscane (Upi) - guidata dal presidente della Provincia di Pisa, Andrea Pieroni - di un abbinamento solo tra Pisa e Livorno. L’esito di questo duello è il primo punto fermo di una vicenda con diversi aspetti ancora da chiarire.
Il capoluogo. Il decreto, per le nuove province dove l’accorpamento abbia interessato più di due territori, lascia la possibilità di un confronto. Ciò significa che la partita è ancora da giocare. E che probabilmente tutto passa in mano ai Comuni diventando le Province (salvo diverso provvedimento della corte costituzionale il 6 novembre) enti di secondo livello. E i Comuni pisani, 39, sono più numerosi che nelle altre province. Ma dal decreto spunta un’altra possibilità: l’accordo tra comuni ex capoluoghi. Non a caso il sindaco di Livorno, Alessandro Cosimi, ha subito reagito: «La Regione difenda il capoluogo più popoloso». Il dibattito si preannuncia infuocato. Filippeschi pesa le parole: «Ora si tratta di interpretare con intelligenza la norma che prevede anche accordi tra le città già capoluogo, se il testo del decreto che ho potuto leggere sarà confermato in pubblicazione». E’ positivo anche, per Filippeschi, che venga mantenuta la composizione dei consigli comunali e delle giunte già prevista e ridotta per la legge vigente. «Un altro risultato della pressione fatta dalla Toscana e da Pisa in particolare».
Province battute. Chi ha molto poco di cui esultare è il presidente della Provincia, Andrea Pieroni, che parla di «riforma pasticciata e sbagliata». L’Upi voleva Pisa più Livorno, e stop. Pieroni fa un ragionamento generale che gira attorno allo «squilibrio» che si determinerebbe «affiancando una provincia da circa 350mila abitanti come Arezzo a una città metropolitana (Firenze, Prato, Pistoia) da un milione e 600mila abitanti; e a una provincia dell’area vasta costiera da un milione e 200mila. Enti troppo vasti non saranno in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini».
La corte costituzionale. Per le richieste delle Province resta però un fronte di speranza: il pronunciamento della corte costituzionale. «L’auspicio a questo punto - dice infatti Pieroni - è che la corte da un lato e dall’altro il Parlamento, in sede di conversione del decreto, sappiano rimediare alle storture del provvedimento, sia sotto il profilo della geografia amministrativa, sia in relazione alla questione, che resta inderogabile, dell’elezione diretta degli organi provinciali». E’ evidente che con l’elezione diretta le Province, pur ridotte numericamente, accorpate e con minori funzioni, potranno mantenere un certo peso. Così invece sono destinate ad un ruolo subalterno rispetto ai Comuni.
Via la giunta. Il decreto del governo ha stabilito anche la data in cui gli assessori provinciali devono lasciare il loro incarico: le giunte saranno soppresse dal 1º gennaio prossimo. Considerando che il mandato quinquennale della Provincia di Pisa sarebbe andato a scadenza nella primavera 2014, gli assessori devono lasciare un anno e mezzo prima. Invece mantiene un ruolo il presidente, che non diventerà commissario, ma quasi, dovendo comunque gestire il passaggio verso le nuove aggregazioni. Il presidente, secondo il decreto, potrà delegare l’esercizio di funzioni e non fare tutto da solo, ma non più che a tre consiglieri provinciali. Pieroni anche su questo non è d’accordo: «Il taglio delle giunte ci pone in una posizione difficile. Il tutto, per di più, in un contesto di totale assenza di risorse».
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