Trasporti
Cgil: il carcere scoppia e cade a pezzi, chiudetelo
PISA. «O si pensa ad una ristrutturazione seria e ai necessari investimenti, o si chiudono i battenti e si va in un’altra struttura». È la proposta che fanno i sindacati della Funzione pubblica Cgil...
PISA. «O si pensa ad una ristrutturazione seria e ai necessari investimenti, o si chiudono i battenti e si va in un’altra struttura». È la proposta che fanno i sindacati della Funzione pubblica Cgil per gli ormai annosi problemi del carcere Don Bosco, una struttura effettivamente fatiscente, sovraffollata, con personale all’osso e che è reduce da due clamorose evasioni in pochi anni.
Evasioni che hanno portato solo alla decapitazione dei vertici - a casa direttore e comandante delle guardie, sotto inchiesta con due agenti che da soli avrebbero dovuto controllare di notte tutto il perimetro del carcere - ma non al ricorso, dicono i sindacati, a soluzioni concrete. Perchè uno dei veri problemi del Don Bosco resta proprio la sicurezza, visto che sistemi d’allarme e telecamere sarebbero afflitti da longevi problematiche di funzionamento a singhiozzo. A mettere il dito sulle tante piaghe sulla casa circondariale pisana, ieri, alla Camera del lavoro, il segretario provinciale Cgil della funzione pubblica, Maria Borsò, il coordinatore regionale, Stefano Turbati, e un rappresentante degli agenti di polizia penitenziaria, Piero Colarusso.
«Anche entrare nella struttura - ha detto il segretario provinciale - è stata un’impresa e ci siano dovuti riferire alle legge 81 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per ottenere l’accesso, consentito solo ad Asl e Visag. Le condizioni in cui abbiamo trovato la struttura sono pessime ed erano comunque dai noi monitorate dall’inizio del’anno. La capienza, problema ormai noto, è di 210 detenuti contro l’attuale media di 340, a fronte di un personale complessivo di circa 300 persone, 258 agenti teorici, cioè sulla carta, perché fra distaccati e malattie sono 188, più una trentina di amministrativi.
Gli agenti sono sotto di un 30%, ma l’organico futuro, che si calcola sull’attuale, prevede un’ulteriore diminuzione del 10%, arrivando, fra blocco di turn over, età avanzata e turni ad avere in totale, a breve, un calo che sfiora il 50%. Altri cali si prevedono in amministrativi, educatori e assistenti sociali (-10%), e sui dirigenti (si parla del -20%: in Toscana mancano sei direttori). All’orizzonte lo spettro del decreto privatizzazioni: non vogliamo pensare cosa potrebbe accadere se davvero un carcere andasse in mano a privati dove la legge è quantità e profitto.
Ci vuole un piano di investimenti - sottolinea Turbati - che restituisca agli istituti penitenziari la dignità dovuta a chi in quei luoghi vive e lavora. Dei ventuno presenti in Toscana, diciannove non sono a norma, unica alternativa ad una eventuale chiusura. E al problema ci vuole un’attenzione, politica, amministrativa, istituzionale, costante e non strumentale».
«Il Don Bosco - aggiungono i sindacalisti - ha sotterranei semiallagati e con infiltrazioni d’acqua che minano la stabilità della struttura; gli uffici, a parte la mancanza di accessi ai disabili, sono antigienici e angusti, a volte ricavati in sottotetti. La sala colloqui è piccola e vecchia, i servizi igienici incivili (quelli delle detenute sono esposti alla vista di chi passa), le cucine piccole e senza aerazione sufficiente. La sezione giudiziaria ha due docce ammuffite per 56 detenuti, la caserma del personale è piena di infiltrazioni d’acqua, il centro clinico ha cortili bui e allagati. Dulcis in fundo c’è il muro di cinta, con parapetti bassi, pavimenti sconnessi, aree buie e filo spinato a protezione dell’eventuale caduta, e infine cortili nascosti alla vista degli agenti.
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