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Floriani: questa città non si fida dei giovani

Floriani: questa città non si fida dei giovani

L’ex sindaco accusa: «La politica non scommette su quelli di qualità, ma preferisce i subalterni»

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«Pisa? Una città in stand by», la definisce Piero Floriani, 70 anni, docente di letteratura all'università, ex sindaco dal 1994 al 1998. Una città alla ricerca di un'identità unitaria. Di un'anima. Dopo la crisi della sua vocazione industriale. Dopo la partenza di un vescovo come Plotti. Dopo la fine dell'esperienza dell'Ulivo, dove i "dilettanti" alla Floriani sono stati chiamati a governare molte città.

La nostra inchiesta su Pisa prosegue con questa testimonianza di Floriani sulla città che ha governato per 4 anni. Per la prima volta l'ex sindaco racconta il suo amore per la politica e anche le delusioni. E, a sorpresa, annuncia che non andrà a votare se non cambierà l'attuale legge elettorale.

Lei è stato sindaco per una sola legislatura. E' stato il periodo - dal 1994 al 1998 - in cui sono emersi altri sindaci della società, come Primicerio a Firenze e Lazzarini a Lucca. Perché lei non è stato confermato?

«Io ho interpretato il ruolo di sindaco come diceva la legge n. 81 del 1993 che garantiva l'autonomia del sindaco stesso a partire dalla scelta degli assessori, non delegati dei partiti. Il sindaco governa sulla base di un programma approvato dagli elettori. Non ho mai avuto nulla contro la funzione dei partiti, strumenti essenziali per la democrazia; ma ho governato senza dipendere da decisioni esterne».

Compito non facile?

«Questo è stato difficile, e alla lunga difficile da sostenere. Il ricorso ai sindaci della società civile è storicamente il frutto dell'Ulivo di Prodi e dell'idea che il vincolo dei primi cittadini fosse solo quello del programma».

Poi cosa è successo?

«Quando è caduto Prodi, direi in parallelo con quella caduta, D'Alema ha rivendicato il ruolo dei "professionisti" e la posizione dei "dilettanti" si è fatta più difficile ancora. Non occorre ritornare su quei tempi, ma posso dire che la pressione per un superamento dell'esperimento in corso fu sensibile. Fu chiaro che io non ero disposto a rinunciare alla logica della legge 81, e che, pur difendendo ciò che avevamo realizzato nel mandato, non avrei fatto una guerra per rimanere sindaco: chiesi solo di poter parlare agli iscritti del Pds per illustrare la mia posizione. Tutto qui. Non chiesi nulla per me, come qualche volta si usava».

E Fontanelli prese il suo posto?

«Fu una successione senza nessun dramma. A me andava bene; mi dispiacque solo che dovesse lasciare una posizione eminente in Regione, dove era assessore».

E lei abbandonò la politica.

«No, ho continuato a seguirla. Non si perde l'interesse per una materia appassionante, tanto più se si è un "dilettante", che ha amministrato una città così ricca di storia. No, ho continuato a seguirla. Mi appassiona ancora».

Le chiedo allora cosa pensa del dibattito sui cosiddetti inamovibili. C'è davvero anche nella politica pisana una cristallizzazione dei ruoli?

«Onestamente mi sembra di si. Aggiungo che l'inamovibilità non è solo pisana. E' generale, diffusa».

Perché?

«Una delle ragioni penso che risieda nel fatto che negli ultimi anni la politica si è molto arricchita».

Vuole dire che le poltrone politiche sono diventate economicamente ambite?

«In un certo senso sì, è proprio così».

Il Berlinguer della questione morale è lontano.

«Purtroppo sì, ma anche Pertini, La Pira...».

L'inamovibilità riguarda un po' tutti i settori. Come la spiega?

«Quando sono venuto qui, nel 1960, Pisa era una città industriale. Oggi invece le due anime forti sono quelle dell'università e dell'ospedale. Questo ha portato anche ad una certa cristallizzazione della classe dirigente».

Dipende solo dai mutamenti dell'economia?

«No, credo che al fondo dello scarso ricambio ci sia la difficoltà a fidarsi della città. Si tende a fidarsi dei fedeli, del clan, parrocchia, partito e non si ha il coraggio di scommettere sugli altri. Si preferisce la persona "ubbidiente" a quella "creativa". E questo è un grande spreco di risorse, di cervelli, di giovani meritevoli».

Però in politica ci sono anche tanti giovani.

«Ne conosco diversi. Ma spesso si tratta di giovani fidati e subalterni. Non si scommette sul giovane di qualità perché non ci si fida. Si pensa: domani potrebbe prendermi il posto».

Se questo è il quadro, come se ne esce?

«Occorre forse una scossa che viene dall'esterno».

La scossa può essere Renzi?

«Non sono un partigiano di Renzi anche se gli riconosco il merito di aver messo in allarme la classe politica».

Lo voterà alle primarie?

«Propendo per Bersani, anche se gli chiedo uno scatto, qualcosa di più, e anche di ascoltare Renzi, almeno su alcuni punti, come quello del ricambio. E poi chiedo a Bersani uno sforzo maggiore sulla legge elettorale».

In quale direzione?

«Se rimane l'attuale sistema, il cosiddetto Porcellum, per cui i parlamentari sono nominati dalle segreterie dei partiti, non andrò a votare».

Quanto conta la massoneria?

«Mi dicono molto, lo vorrei sapere anch'io».

Chi conta a Pisa?

«Le istituzioni pubbliche e le conserterie private».

E in politica chi conta?

«Nel centrosinistra sicuramente Fontanelli».

Pacini ha tante poltrone ma molti dicono che chi comanda in economia sono altri.

«Ho stima di Pacini: del resto si espone in maniera esplicita, si espone personalmente».

Il prefetto Tagliente, in un'intervista al nostro giornale, ha messo in guardia dal rischio delle infiltrazioni mafiose. E' un pericolo reale?

«Non ho elementi per rispondere. Credo che la mafia dei colletti bianchi sia sempre in agguato là dove si cementifica troppo».

A Pisa in questi anni si è cementificato molto?

«Un po' più di quello che aveva previsto la mia giunta con il piano strutturale, che ritengo ancora un punto alto, da riconsiderare malgrado il tempo passato, del nostro mandato».

Lei è credente. Una volta Pisa aveva voce nazionale per merito dell'arcivescovo Plotti. Con l'attuale vescovo mons. Benotto la Chiesa sembra silente, chiusa in stessa.

«Certo che Plotti aveva una spiccata sensibilità sociale, e mi pare che l'abbia ancora. Mons. Benotto ha forse una impostazione spirituale, e non sociale, della missione della Chiesa. Ma la crisi della diocesi pisana si iscrive più in generale in quella della Chiesa universale. Tutto ciò che accade qui e altrove fa pensare a un travaglio profondo».

Vista dall'alto come definirebbe l'attuale stagione della città?

«Pisa vive come in stand by. La città non ha ridefinito fino in fondo il suo destino. E' una città dalle molte anime che però non comunicano tra di loro».

Un'immagine che rappresenta una metafora della città.

«La chiusura della Sapienza e della sua Biblioteca per il rischio statico. Un grande patrimonio bloccato. Una grande ferita per la città».

Intervista di Mario Lancisi

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