Il Teatro Rossi riaperto dai giovani
L’occupazione che doveva durare tre giorni va avanti da un mese ed è arrivata la solidarietà di registi, attori e cittadini
PISA. Doveva durare tre giorni, un'azione dimostrativa per sensibilizzare la città. La riapertura del teatro Rossi si sta trasformando invece in un movimento generazionale che, attraverso il teatro e la cultura, cerca di sperimentare nuove forme di democrazia e partecipazione, scontrandosi, però, con lo scoglio economico.
Attraversando il neoclassico colonnato ionico che delimita l'ingresso del teatro in via del Collegio Ricci si è avvolti da un paradosso. In un qualunque altro posto del mondo questo sarebbe un gioiello architettonico, artistico e storico frequentato ogni giorno da centinaia di turisti per ammirare i cicli decorativi ad affresco del 1770, di metà e fine Ottocento e popolato da spettatori emozionati. Sarebbe una sorta di carillon da conservare con cura e dedizione, da aprire per osservarne i complessi ingranaggi di funzionamento e ascoltarne le melodie. Nell'Italia di chi pensa che “con la cultura non si mangia” rappresenta invece un numero. Da sommare a tutti gli altri luoghi di cultura, spettacolo e arte in dismissione. Un problema da risolvere magari vendendo (o svendendo) a qualche privato in cerca di affari. Il “Rossi” è riuscito a capovolgere questa contraddizione italiana per cui un luogo di cultura e di storia rappresenta solo un peso economico e gestionale. Da quasi un mese, dal suo palcoscenico malmesso e inagibile, va in scena una ribellione silenziosa destinata a fare rumore. La mattina del 27 settembre, un gruppo di una trentina tra studenti e lavoratori precari dello spettacolo ha deciso di riaprire e rivitalizzare quella piccola opera architettonica costruita nel 1770 nel centro storico. «È un'azione simbolica che durerà tre giorni», dissero i ragazzi che non vogliono identificarsi con sigle o strutture «perché quello in corso non è l'incrocio di associazioni o comitati ma l'incontro di singoli che generano la collettività». «È andato tutto oltre ogni aspettativa – dicono oggi - In pochi giorni abbiamo raccolto oltre 1200 sottoscrizioni e sentito l'esigenza, il desiderio, la volontà di andare avanti, di vederlo vivo e restituito alla città».
Come un carillon, il “Rossi”, si era fermato un attimo prima di eseguire la sua melodia. La sua “carica” si è interrotta nel 1966, dopo una riconversione in sala cinematografica durata un decennio. Da allora si sono susseguiti anni di buio, polvere e abbandono e, per alcuni anni, è stato trasformato perfino in un deposito comunale di biciclette sequestrate e oggetti smarriti. Nel 1981 è passato sotto la giurisdizione della Soprintendenza di Pisa che ha realizzato i lavori di restauro più urgenti. Lavori che non sono mai stati conclusi e si sono interrotti di fronte alle difficoltà economiche. In una mattina di settembre, quella “carica” è stata riavviata. Sono già tanti i laboratori e i seminari attivi. Concerti, spettacoli e openstage si tengono con cadenza quasi giornaliera. È un ambiente dinamico quello del “Rossi”, così come le persone che lo compongono. C'è Enrico, studente di storia dell'arte, impegnato in un'accurata ricostruzione storica e artistica del teatro, che ci conduce in un'affascinante visita della struttura attraverso i tre ordini di palchi. Ci soffermiamo nelle tre “sale di disimpegno” al secondo ordine dove, con un'attenta descrizione, Enrico ci immerge in un lontano passato, quando quelle sale erano riservate ai granduchi. Poi ci riporta alla realtà mostrando i resti di quello che è stato un dormitorio: materassi e rifiuti vari sono “l'eredità” di anni di abbandono del teatro. Scendiamo dallo scalone che porta ai palchi, ma bisogna affrettarsi: è in corso la registrazione di un videoclip che racconta la vita all'interno del teatro. Ci accomodiamo all'esterno. Dario, attore, e Anastasia, studentessa di filosofia, raccontano come nasce l'idea di riaprire il teatro. La loro analisi è interrotta da un'anziana signora, stupita di ritrovare il teatro aperto. Ci sono Laura, attrice, e Giulia, studentessa di filosofia, che descrivono la programmazione e le attività in corso, e tanti altri studenti, lavoratori e precari che si affrettano ad allestire la platea per il laboratorio sulle serie tv: c'è Mario Cristiani, sceneggiatore di Boris 2 e insegnante di sceneggiatura, che ha in programma una lezione. Da Alessandro Benvenuti, che si è cimentato in una conversazione “teatral-musicale”, a Enrico Ghezzi, passando per Philippe Garrel, sono già in tanti gli attori, musicisti, scenografi che sono transitati dal “Rossi Aperto”. Il prossimo 27 ottobre anche Gabriele Vacis, uno dei registi più innovativi della scena italiana, sarà al Rossi per la presentazione del docu-film “La paura siCura” e per portare il suo sostegno ai ragazzi, che sono riusciti a disegnare una linea retta, un tratto che unisce la precarizzazione della cultura, dell'università e del mondo del lavoro.
Sono questi i nodi che i ragazzi del Rossi vogliono rimettere in discussione, gli aspetti da dove vuole ripartire una generazione che non si sente perduta. «Siamo stanchi di essere soggetti precari, categorie non riconosciute e non tutelate. Stanchi di assistere alla cristallizzazione della situazione politica e sociale e alla mancanza di finanziamenti a quello che consideriamo uno dei beni più preziosi: la cultura». Parole di una generazione indignata ma non rassegnata che cerca il coinvolgimento della cittadinanza e nelle istituzioni un appiglio economico (ma non solo) per la ristrutturazione del teatro. Per recuperarlo si calcola che sia necessario un investimento di circa 4 milioni di euro. «Ma non vogliamo il recupero conservativo bensì quello funzionale», dicono i ragazzi del Rossi che aspettano un sopralluogo della Soprintendenza per valutare l'agibilità e stanno elaborando un progetto di autorecupero di una parte della struttura. Il nodo da sciogliere è anche se creare una struttura organizzativa, un comitato, una fondazione per la gestione dello spazio. Un progetto in divenire quello dei ragazzi del “Rossi” che ha gettato le basi per un nuovo attivismo sociale. Uscendo dal “Rossi Aperto” resta una certezza: che quella in corso non è un'occupazione. O, almeno, non solo. Ma la rivalsa di una generazione che in un teatro - luogo di incontro di idee, sogni e speranze - prova a mettere in scena il futuro partendo da un palco inagibile.
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