Finanza
Fate un passo indietro, ora tocca a noi
Di Benedetto, presidente dei giovani di Cna «Il futuro è delle imprese piccole e innovative»
«Il futuro non è più quello di una volta», recita il titolo della kermesse nazionale dei giovani imprenditori di Cna, che si terrà a Roma venerdì e sabato. L’ideatore di quell’appuntamento è Andrea Di Benedetto, 40 anni, salernitano trapiantato a Pisa, presidente nazionale dei giovani di Cna pisani. Il futuro non è più quello di una volta: il titolo sa di rottamazione. Sì, perché il presidente annuncia che la sua associazione intende «rottamare le politiche del Novecento». Aggiunge entusiasta Di Benedetto: «Il nostro sarà il festival dell’intelligenza collettiva. Piovani e Zeman saranno nostri ospiti. Ci racconteranno come si coordinano una squadra di calcio e un’orchestra. Esempi di organismi perfettamente rodati, metafora per le nostre aziende».
Con Di Benedetto parliamo del tema degli inamovibili, cioè del ricambio anche in economia. Della rottamazione. Della grande impresa e di quella piccola. Di Pierfrancesco Pacini, di Enrico Rossi per finire a Sergio Marchionne...
Il coordinatore provinciale di Sel Dario Danti sostiene che i veri inamovibili siete voi imprenditori. I Pacini, i Bottai...
«La campagna sugli inamovibili in fondo mi lascia indifferente. Come molti dei nostri coetanei, viviamo scollegati dai salotti buoni, riunioni di partito, manovre politiche e cordate. Forse è un errore ma il nostro è un percorso parallelo. Siamo altro rispetto a questi signori».
Cosa pensa di Pacini, l’uomo delle molte poltrone?
«Niente, mi è indifferente. Pacini cumula cariche per le quali occorre avere vasti consensi, quindi almeno questa abilità gli va riconosciuta».
Però parla anche lei, come Renzi, di rottamazione.
«Per me la rottamazione non riguarda le persone ma le politiche».
Quali politiche?
«Quelle ad esempio che portano avanti Governo, Confindustria e Cgil. L’idea cioè che il centro del sistema economico sia dato la grande industria».
A casa Giorgio Squinzi e Susanna Camusso, nonché i loro corrispettivi regionali e pisani?
«Non è un problema di persone, ma di schemi logici. Potrebbero essere anche mandati a casa dai loro iscritti, ma se poi non cambia niente siamo punto e da capo. Se le decisioni continueranno ad essere stabilite in qualche corridoio di ministero, o peggio in qualche salotto “buono”, non cambierà mai niente».
Idee da rottamare?
«Quelle che tagliano fuori l’autoimprenditorialità, coloro che ci provano, le partite Iva e i precari. La crescita che vediamo noi già oggi è quella qualitativa, non tanto e non solo quantitativa».
Quella della centralità della grande impresa e del rilancio del manifatturiero accomuna Rossi a molti sindaci toscani.
«Lo so, lo so. Stimo Rossi, ma su questo aspetto sono in disaccordo con lui. Non va certo fatta le guerra alle grandi imprese; ma occorre la consapevolezza del ruolo positivo e dei numeri che esprimono le piccole aziende. Cioè il 94,5% delle imprese, cir. ca quattro quinti della forza lavoro e due terzi del Pil regionale».
Ma se in una città chiude un’azienda da mille posti, è un dramma.
«Noi non siamo ovviamente contro le grandi imprese. Però siamo contrari all’idea che la soluzione dei problemi di un territorio passi attraverso l'attrazione di multinazionali a spese dei contribuenti. Se i vari governi che si sono succeduti in questi anni hanno dato un miliardo e 200 milioni di euro per tenere Alcoa in Sardegna e poi i canadesi, dopo aver preso i soldi, se ne vanno, c’è qualcosa che non torna. Meglio se li avessero dati direttamente alle famiglie dei minatori: ci sarebbe costato meno e non si sarebbero spaccati inutilmente la schiena sotto terra».
Che fare?
«Occorre creare un terreno fertile su cui possano crescere e proliferare anche i piccoli».
Propone il ritorno al piccolo è bello?
«Non si tratta di questo. Se un’azienda diventa grande siamo felici. Quello che noi combattiamo è l’idea che l'innovazione la si possa fare solo nelle grandi aziende. L'innovazione nel mondo la si fa ormai soprattutto in team piccoli ed estremamente dinamici e connessi col resto del mondo. Quello che conta non è la dimensione di un’azienda, ma la sua capacità di innovare».
E a Pisa?
«A Pisa esistono 400 micro e piccole aziende che sono nate direttamente o indirettamente dall’università. La trafila è tesi, stage, tirocini e poi lavoro, in proprio, magari. Come in una bottega medievale».
La politica vi segue?
«Con l’Internet festival Filippeschi ha provato a rendere l’idea che Pisa deve essere la capitale delle nuove frontiere della tecnologia, che sono animate dalle moltitudini e non dagli oligopoli dell'informatica. E questa idea fummo proprio noi giovani Cna a lanciarla durante la campagna elettorale 2009. Perché Pisa è davvero un luogo di frontiera dell’innovazione e del trasferimento tecnologico».
Il prefetto Tagliente al nostro giornale ha detto che Pisa non sa comunicare le sue eccellenze.
«È vero. Bisogna tradurre la conoscenza in economia. Pisa ha contribuito a far nascere alcune tra le più grandi innovazioni del secolo scorso: i microprocessori (il cuore dei computer) e la dinamo ad esempio, ma non siamo mai riusciti a tradurle in sviluppo economico. Ancora oggi manca in città un'idea forte e condivisa che qui la vera industria che crea indotto è la conoscenza».
Marchionne: da rottamare o da salvare?
«Marchionne è una delusione. Il voler far saltare alcuni schemi classici della concertazione (che spesso si è rivelata solo un compromesso al ribasso) mi era sembrato un atto di coraggio. Però il Marchionne di oggi fa solo con più disinvoltura quello che hanno fatto gli altri presidenti della Fiat: chiedono sovvenzioni ricattando il Paese».
Della Valle?
«Rappresenta sicuramente un imprenditore che ha saputo innovare, in questo è un modello per tutta l’Italia che produce qualità nel solco del made in Italy».
C’è un “però”?
«Cosa c’entrano le Tod's con le Generali o Rcs? Non ho capito se anche lui appartiene a quella generazione di imprenditori per i quali il capitalismo ruota intorno a Mediobanca e quindi occorre stare dentro i salotti buoni».
Anche lei contro i poteri forti?
«Credo che una nuova generazione di imprenditori innovativi, connessi, attenti alla sostenibilità stia crescendo facendo a meno dei poteri forti».
Da rottamare?
«Per i nuovi giovani imprenditori i poteri forti sono le idee e le risorse umane per attuarle. E le reti sociali che li connettono».
Qualche imprenditore che apprezza?
«Farinetti, Cucinelli, Rosso...».
E in Toscana?
«Sono molte le piccole aziende di qualità. Dal cioccolato Amedei, uno dei migliori al mondo, all’agricoltura Pacini, azienda pisana con brevetti internazionali per il prato da calcio e golf. Dalla Gi Metal di Prato, che ha costituito una rete di imprese che fornisce chiavi in mano una pizzeria, alla Angela Caputi, fiorentina, designer di gioielli di plastica. Ma l’elenco è molto più lungo».
Aziende dai piccoli numeri.
«Che diventano sempre più grandi. Quelle che aumentano fatturato e utili sono le aziende innovative. Che guardano al futuro e rottamano le politiche del passato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
