Il Tirreno

Pisa

Tre episodi inquietanti e il sospetto dell’usura

di Daniele Benvenuti
Tre episodi inquietanti e il sospetto dell’usura

Bruciati i teloni a due pubblici esercizi, in un altro si presenta un tizio minaccioso Il presidente di Sos impresa: «Fenomeno in crescita, Pisa è una città a rischio»

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PISA. Voci alzate di notte in un pubblico esercizio vicino alla Sapienza dopo l’ora di chiusura: un tizio che minaccia ritorsioni, il titolare che risponde: «non posso pagare». Qualche mese fa, sempre nella zona della Sapienza, va a fuoco di notte il tendone di un altro pubblico esercizio. La settimana scorsa, va a fuoco di notte l’ombrellone di un bar del centro. Qualcuno lo ha cosparso di benzina e poi l’ha incendiato.

Coincidenze? Oppure viene in mente l’allarme lanciato ieri dal prefetto Tagliente sul Tirreno, sul rischio di infiltrazioni della malavita organizzata, e allora viene da preoccuparsi. Purtroppo anche Pisa, così come la Toscana, non può considerarsi immune da tipi di reato che sembravano appartenere al sud o alle metropoli. Stiamo parlando di usura e racket. A confermare questi timori, l'ultimo rapporto di "Sos Impresa", l’associazione nazionale antiracket della Confesercenti, in cui Pisa risulta essere la terza città in Toscana per percentuale di usura in rapporto al numero degli imprenditori attivi sul territorio: un giro di denaro che ammonta a circa 70 milioni con 1.400 imprenditori coinvolti. «Il fenomeno dell’usura ha visto una recrudescenza dal 2009 in regioni come la Toscana in cui sembrava più circoscritto. Un aumento sia del volume di affari che del numero delle vittime anche in provincia di Pisa – spiega Lino Busà, presidente di “Sos impresa” - Provincia che si colloca al terzo posto in Toscana dietro Livorno e Pistoia ed al quarantesimo in Italia. L’usura è una terra di confine in cui è facile entrare, spesso credendo di risolvere in poco tempo un problema economico anche piccolo. I tassi sono mediamente del 10% al mese (120% annuo). E chi non paga si trova spesso spogliato di tutto». Secondo Busà, in realtà come Pisa il racket dell’usura ha sicuramente più possibilità di espandersi rispetto alle richieste di pizzo. «Pisa ha un tessuto economico vivo, fatto di piccole e medie imprese – spiega - Terreno ideale per gli usurai. Chi entra in questo giro è un imprenditore sopratttutto del commercio tra 48 e 55 anni. Attività più vulnerabili sono quelle tradizionali come fioristi, macellerie, alimentaristi. Gente che ha sempre fatto quel lavoro e che, in difficoltà, non vuole arrendersi anche perché non saprebbe fare altro. Si inizia chiedendo piccole cifre, ad esempio 5 o 10mila euro, per rientrare di qualche debito. Poi si entra nel vortice. Non si riesce a coprire il debito, quindi la richiesta di nuovi prestiti. A quel punto l’imprenditore è nel baratro. La media di esposizione di una vittima è di 80mila euro. È difficile che in zone come Pisa si arrivi a minacce o danneggiamenti. Bastano assegni in bianco in garanzia o la cessione di quote della società e gli usurai hanno in pugno la vittima». In questi ultimi tempi si entra nel giro dell’usura anche per coprire cartelle esattoriali. Spiega ancora Busà: «Arriva una cartella esattoriale imprevista, la banca non concede ulteriore margine sul fido, il timore di essere inserito nella black list diventa reale. La vergogna per il timore di far trapelare la crisi porta questi operatori a rivolgersi a persone comunque di fiducia o conosciute. Proprio questo volto rassicurante dell’usuraio rende quasi naturale la richiesta di prestito e l’accettazione di condizioni tipiche dell’usura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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