Attenzione
«I miei ideali? Quelli della Rivoluzione francese»
PISA. Pubblichiamo alcuni stralci di un’intervista di Mario Lancisi (Tirreno) a Pinchera. «Ritengo che una delle cause maggiori della crisi di valori riguardi l'ideologia politica. Ad esempio con il...
PISA. Pubblichiamo alcuni stralci di un’intervista di Mario Lancisi (Tirreno) a Pinchera.
«Ritengo che una delle cause maggiori della crisi di valori riguardi l'ideologia politica. Ad esempio con il crollo del muro di Berlino è definitivamente venuta meno l'utopia comunista che, seppure rivelatasi fallace, ha rappresentato una grande tensione etica per milioni di persone, nei campi contrapposti».
E' stato mai attratto da qualche ideologia politica?
«Sì, dall'ideologia della rivoluzione francese».
Giacobino o girondino?
«Girondino».
Da quale pensatore sociale e politico si ritiene maggiormente influenzato?
«Sul piano politico da Tocqueville in quanto ha espresso meglio di tutti l'idea di una democrazia liberale che si propone però di migliorare le condizioni sociali. Sul piano sociologico invece il mio riferimento è stato Max Weber per il valore dato all'etica del lavoro».
Un riferimento più vicino nel tempo?
«Il Mondo di Pannunzio».
Da lì sono sgorgati molti ruscelli liberali. Può definire meglio la sua idea di liberalismo?
«Mio padre era di Giustizia e Libertà e poi entrò nel partito d'Azione. La mia è una cultura laica e politicamente mi ritengo un riformista moderato».
Ha mai fatto politica?
«No, anche se quando mi sono imbattuto in spinte riformiste ho dato, seppure da tecnico, il mio contributo».
Un esempio?
«Quando era ministro Antonio Ruberti, un ottimo ministro dell'Università, ho fatto parte di quell'area riformista che si raccoglieva intorno ai socialisti, dando il mio contributo tecnico a progetti di riforma della sanità e della medicina universitaria».
A un giovane ricercatore, a un giovane Pinchera, per intenderci, suggerirebbe di restare in Italia o di emigrare all'estero?
«È’ un problema che a suo tempo risolsi con grande difficoltà. Tornare dagli Stati Uniti in Italia fu infatti per me molto difficile. Alla fine la ragione che mi fece propendere per il sì fu uno scatto di orgoglio. Mi dissi: "Vediamo se riesco a fare in Italia quello che posso fare all'estero". Non c'è dubbio che sul piano individuale è più facile lavorare all'estero. Così come ci sono ricerche che si possono fare soltanto all'estero. Ciò non toglie che ci sono tante cose da fare qui. Il mio auspicio è che i nostri giovani possano andare all'estero e tornare in Italia, in uno scambio vicendevole e continuo di conoscenze, che è ciò che anima la ricerca».
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