Il Tirreno

Pisa

Fallimento vicino, dimissioni in massa

di Gianluca Campanella
Fallimento vicino, dimissioni in massa

Quasi la metà dei lavoratori ha scelto questa soluzione per avere diritto all’indennità. Attesa per l’assemblea di oggi

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PISA. C’è un clima da “si salvi chi può” nel Cpr, Consorzio Pisa ricerche: oggi alle 16 l’assemblea dei soci con ogni probabilità nominerà il liquidatore e, tra il personale, è scattata la corsa alle dimissioni. Infatti, sei dipendenti e una quindicina di ricercatori hanno preferito questa formula - le dimissioni per giusta causa, appunto - che dà diritto a percepire l’indennità sostitutiva del mancato preavviso e non ostacola la ricerca di un nuovo lavoro (per il quale, invece, la cassa integrazione pone paletti).

Ma oltre alla tristezza dichiarata che si respirava ieri mattina negli uffici di Corso Italia 116, altri due sentimenti colpiscono. Il primo è la mancanza di egoismo: il contesto è di «silenzio, nessuno si preoccupa di darci garanzie e migliori consigli», spiega la direttrice del personale Cinzia Giacchetti, quindi ognuno fa le sue valutazioni personali e pensa prima di tutto a salvare se stesso; eppure ci sono solidarietà e rispetto reciproco, una sorta di inibizione che non ti fa desiderare il fallimento altrui, anche se questo significherebbe una chance in più per te. Tutti alla pari, i 35 collaboratori ed i 20 dipendenti ogni giorno si riuniscono per mezzora e si scambiano i “sentito dire” di legali e sindacati. Ora i dipendenti stanno preparando il proprio curriculum vitae: «I soci ci hanno fatto una generica richiesta di curricula», racconta Giacchetti. Che aggiunge un dettaglio dal sapore beffardo: «La Commissione Europea ci ha riconosciuto lo status di istituto d’eccellenza e ci ha chiamato per informarsi degli sviluppi del caso; ebbene, appena fosse dichiarato il fallimento, decadrebbe ogni nostro diritto sui partner e dovremmo persino restituire dei fondi». In pratica non solo non ci sarebbero più nuove commissioni (Ferrari, Finmeccanica, Telecom e Piaggio sono alcuni dei nomi che hanno assegnato progetti al Cpr), ma si dovrebbero interrompere anche quelle in atto. Il secondo sentimento è la paura. Tranne il grafico Emanuele Brambilla, rsu, nessuno ieri ha accettato di esporsi con nome e cognome e narrare la propria storia. Se va bene «siamo compromessi nella ricerca di un nuovo impiego», sussurrano in cambio dell’anonimato; il caso peggiore arriva «se facciamo nomi, allora ci becchiamo pure una querela». Brambilla abbozza e promette: «La vera battaglia comincia domani», cioè oggi, quando i lavoratori non avranno più nulla da perdere e «porteremo alla luce le responsabilità morali di ogni singolo socio».

Brambilla rivendica «la nostra posizione adulta: da cinque mesi non prendiamo lo stipendio e siamo rimasti al nostro posto, abbiamo dato suggerimenti al cda su come salvare il consorzio». Brambilla ha la sua lettura: «Siamo nati come anello di congiunzione tra industria e università, ma da quando ci sono i poli tecnologici è cambiata la nostra mission». C’è chi dice che il Cpr non serva più, «ma non siamo una sovrapposizione. Le commesse ce le troviamo da soli: la Ferrari incarica noi e non dà commesse agli atenei, lì mettono al lavoro laureandi e precari». Modi diversi di procedere: «Bisognerebbe sedersi a un tavolo e ragionare, ma non mi sembra sia stato fatto».

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