Italia
Il Consorzio è a rischio fallimento
Martedì vertice decisivo. Escluso il concordato in continuità. Senza nuovi investimenti da parte dei soci, libri in tribunale
di MARIO LANCISI
Il Consorzio Pisa ricerche rischia di fallire. Dopo 25 anni di attività e oltre 300 progetti di ricerca per aziende blasonate come Ferrari, Finmeccanica, Telecom e Piaggio, per citarne alcune. Martedì prossimo si riunirà l’assemblea dei soci e lo scenario che si presenta, numeri alla mano, è drammatico per uno dei fiori all’occhiello della ricerca pisana, proprio all’indomani in cui Pisa è stata la capitale italiana di Internet.
No al concordato in continuità. Al . Tirreno risulta infatti che il concordato in continuazione, la soluzione auspicata dai 16 soci del Consorzio (in sigla Cpr), non è possibile. ll concordato preventivo in continuità, che consente di proseguire l'attività, è concesso alle condizioni che ci sia un piano triennale di commesse e che vengano stabilite le modalità di rientro dal debito. In altre parole il il Cpr deve spiegare come intende pagare i propri creditori, a cominciare dai 49 dipendenti che non riscuotono un euro da cinque mesi. Ebbene pare che i conti non consentano questo scenario. I debiti si aggirano sui 5 milioni e i progetti acquisiti ammontano a 2 milioni ma, come ha spiegato Guelfi nell’ultima assemblea del 14 settembre scorso, nel frattempo hanno perso valore perché i ricercatori sono fermi.
I soci devono tirare fuori i soldi. Rischio Resta un altro scenario: quello del concordato liquidatorio. Non dà un futuro al Cpr ma permetterebbe di chiudere la partita del Consorzio pagando - almeno in parte - i creditori, a cominciare dai lavoratori. Ma per pagare i creditori occorrono soldi, e questi non ci sono. Nel verbale dell’ultima assemblea, di cui siamo entrati in possesso, ad un certo punto la professoressa Ada Carlesi, prorettore dell’Università per le politiche di bilancio, chiede a Guelfi «se effettivamente esiste una liquidità di 106 mila euro». La risposta di Guelfi risponde secco che «non c’è alcuna liquidità nelle banche a causa del ritiro degli anticipi».
E allora? Semplice, i soci sono chiamati a tirare fuori i soldi necessari a far fronte al concordato liquidatorio.
A rischio fallimento. Altrimenti scatta il fallimento. Uno scenario che spaventa i soci del Cpr. Dalla Regione al comune e alla provincia di Pisa. Dall’università pisana alla Normale e alla scuola Sant’Anna. Da Finmeccanica alla Kayser Italia. Dal Cnr all’Enea. Sì, perché il fallimento imbratta l’immagine, e può aprirsi a sviluppi imprevisti.Insomma una sciagura per soci così prestigiosi.
Salvo procedure al momento impreviste, secondo gli esperti c’è un solo modo per evitare il fallimento: mettere mano al portafoglio. Un’eventualità che ovviamente non fa fare salti di gioia ai soci del Cpr. Come si deduce anche dal verbale dell’ultima assemblea.
No alla ricapitalizzazione. Nella sua relazione introduttiva Guelfi, dopo aver comunicato l’assenza di Finmeccanica, critica per il fatto che non era stato fornito anticipatamente il rendiconto economico, spiega che davanti ai soci ci sono solo due strade: o la ricapitalizzazione del Consorzio o la sua messa in liquidazione. La risposta è un coro a favore della seconda ipotesi. Quindi nessuno si è detto disponibile a mettere mano a nuovi investimenti. Simonetta Baldi, a nome della Regione, che appoggia il concordato preventivo ed esclude «la ricapitalizzazione e la messa in liquidazione della società che avrebbe un impatto sul bilancio regionale».
Quindi in caso di concordato liquidatorio la Regione fa sapere che per tirare fuori i soldi dovrebbe approvare una legge apposita e che comunque in questa fase non ci sono possibilità finanziarie.
Quello che il cda dirà martedì prossimo all’assemblea dei soci scompagina le finalità espresse il 14 settembre scorso. Finalità espresse dalla Carlesi e fatte proprie da tutti i soci: «L’Università propone che venga attivata la procedura per il concordato preventivo in continuità che permetta di andare avanti» , spiegò la prorettore.
Il Cpr non serve più. Andare avanti con un Cpr completamente rinnovato: «L’ateneo potrebbe dichiarare un interesse rinnovato per un Cpr futuro diverso da quello attuale», aggiunge la Carlesi. Che poi in maniera esplicita sentenzia di fatto la fine dell’esperienza dell’attuale Cpr: «L’Ateneo, come altri soci, non ha più un forte interesse per il Consorzio per come si è strutturato nel corso del tempo». In diversi soci apprezzano l’intervento della Carlesi. Il direttore della Normale Fabio Beltram addiritutura esulta: «si associa alla proposta dell’Università e sottolinea con entusiasmo che tali aperture danno significato a quello che si sta facendo», riporta il verbale dell’assemblea.
Polemiche tra i soci.Non mancano tra i soci polemiche, tirate di gomito. Roberto Iaschi dell’Enea, ad esempio, se la prende per il fatto che il suo ente non è stato mai coinvolto nella gestione. E la stessa Carlesi polemizza perchè i soci avrebbero appreso del fatto che i dipendenti erano senza stipendio da aprile soltanto al momento dell’approvazione del bilancio. Infine Maurizio Tani, membro del cda, racconta, sempre a verbale: «Il cda si è trovato in una situazione molto più difficile di quella presentata quando era stata chiesta la loro disponibilità per l’incarico di amministratore della società. Addirittura i consiglieri pensavano di non accettare il mandato...».
Il verbale dell’ultima assemblea ha quasi il sapore di un de profundis per il Cpr. Così non serve. Però nessuno ne evoca la chiusura perché sarebbe uno schiaffo per i soci e li costringerebbe a tirar fuori i soldi per ripianare il debito. Pena il fallimento.
Si individua l’uscita di sicurezza del concordato in continuità. Un Cpr più snello. Non più 49 ricercatori ma una decina o anche la metà. Che si rialzi in piedi, concordi con i creditori il debito e riprenda la circerca. «L’Ateneo è cosciente che non sarà possibile mantenere il Consorzio come è adesso, ma siamo convinti che questa (il concordato in continuità, ndr.) sia l’unica soluzione che ci permetta di proteggere la società da possibile istanza di fallimento», osservò la Carlesi.Ma i numeri del Cpr bocciano il piano dei soci. Tutto di nuovo in alto mare. Tutto da rifare. Con lo spettro del fallimento.
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