Se i partiti non aiutano i giovani a volare
«La politica non sa più selezionare una classe dirigente autorevole e riconosciuta», denuncia l’ex dirigente dei Ds di Pisa
di MARIO LANCISI
Roberto Cerreto ha 36 anni, uno meno di Matteo Renzi e fa il consigliere parlamentare alla Camera, ma nel 2008 il suo nome a Pisa è girato come possibile candidato a sindaco. Ma il partito gli preferì Marco Filippeschi, che il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli considera il miglior sindaco toscano. Come dire, che la scelta di Filippeschi con Paolo Fontanelli mandato a Roma, alla Camera, può rivelarsi anche la miglior scelta possibile. Fatto è che allora Cerreto e altri giovani diessini di buoni studi e di buone speranze, un gruppo apprezzato da D’Alema e Amato, per dire(vedi articolo a parte), potevano spiccare il volo. Ma il volo non l’hanno spiccato. Colpa loro o di chi fece muro per non farli volare? «Furono commessi degli errori anche se io ho vissuto con serenità quella vicenda», risponde Cerreto. Che - come i suoi amici - è legato al Pd, tendenza D’Alema. Non è insomma un pericoloso rottamatore alla Renzi. Il suo punto di vista è interessante perché esprime una volontà di ricambio della classe dirigente che viene fuori dal di dentro di quel mondo dalemiano che il sindaco di Firenze vorrebbe rottamare..
Nel 2008 poteva essere candidato a sindaco di Pisa. Invece l’accordo tra Fontanelli e Filippeschi ha bloccato la sua carriera. Come ha vissuto quella vicenda?
«Credo che in quella vicenda siano stati commessi degli errori. Ma personalmente l’ho vissuta con grande serenità, perché io non mi ero candidato a niente. Il fatto che io potessi essere candidato a sindaco lo hanno scritto i giornali e lo pensavano, a quanto mi risulta, alcuni autorevoli dirigenti del partito, locali e nazionali. Poi le cose hanno preso un’altra piega, forse più scontata».
E lei ha lasciato Pisa per Roma dove è diventato consigliere parlamentare e collabora con la fondazione Italianieuropei.
«Sì, non ho smesso di occuparmi di politica. Semmai bisognerebbe chiedersi perché nessuno a Pisa, in questi ultimi dieci anni, mi ha chiesto un contributo né sul piano politico né su quello amministrativo».
D’accordo con quanto sostiene Agostini che per un giovane l’accesso ai vertici della politica passa dal fare la fila?
«Spesso il saper aspettare conta più del sapere e del saper fare. E lo spirito critico, di norma, non viene premiato. Questo non succede solo in politica, ovviamente. Ma per la politica è più grave, perché crea discredito, disaffezione, sfiducia, mentre i partiti, a differenza di altri gruppi di interesse, non possono prescindere dalla fiducia dei cittadini. Altrimenti ci si appella ai tecnici, quando va bene. O si lascia il campo al populismo più becero, quando va male».
E’ vero che i giovani oggi si avvicinano alla politica per “sistemarsi”?
«E’ vero che oggi alcuni politici, giovani e meno giovani, pensano più a sistemarsi che ad affermare le loro idee. Avendo fatto il segretario cittadino dei Ds per 4 anni senza ricevere mai neanche un rimborso spese, lo trovo deplorevole».
Beh, anche in passato...
«Sì è vero. Il problema è che oggi chi si avvicina alla politica per interesse trova meno ostacoli che in passato. I partiti dovrebbero premiare chi ha passione, coraggio, qualità, competenze. E scartare gli altri».
Invece?
«Ho l’impressione che i partiti abbiano perso la capacità di selezionare una classe dirigente autorevole e riconosciuta. Non è un problema solo del Pd di Pisa o della Toscana. E’ un problema nazionale. Naturalmente, nelle realtà in cui l’alternanza al governo rappresenta l’eccezione anziché la regola, il problema è più urgente».
E’ quanto sostiene anche Samuele Agostini. Nelle regioni dove c’è meno alternanza, c’è anche meno ricambio delle classi dirigenti.
«In quelle realtà dobbiamo pretendere dai partiti uno sforzo in più per favorire un rinnovamento di qualità. Un deputato del Pd Walter Tocci, ricordando alla Camera la figura di Renato Nicolini, ha detto: “Vi è da riflettere sul giovane Nicolini che investe il suo talento nella militanza politica e viene valorizzato dal suo partito come assessore della capitale a poco più di trent'anni. Saremo capaci di creare nuovi partiti solo se la politica tornerà ad attrarre le menti migliori e a metterle a frutto”. Ecco, io la penso esattamente come lui».
Lei cosa avrebbe voluto fare in politica? E chi le ha impedito di fare carriera?
«Io ho fatto il segretario cittadino del partito e il consigliere comunale. Nessuno mi ha impedito di continuare a farlo, anche perché i risultati del partito erano piuttosto buoni».
Però di fatto ha lasciato Pisa e fa un altro lavoro.
«Ripeto che vale sempre quello che diceva Tocci: se il partito investe su un giovane, quel giovane può mettere i suoi talenti al servizio di un progetto. Se il partito non investe su di lui, è bene che quel giovane cerchi altre strade per servire le istituzioni o, semplicemente, per trovare il suo posto nella società. E di solito chi ci rimette non sono i giovani che, se valgono, trovano comunque la loro strada».
Quindi ci ha rimesso anche il Pd di Pisa?
«Certamente sì. Vede, io penso che il PD dovrebbe porsi con urgenza il problema di come evitare di rimanere schiacciato tra l’antipolitica populista e quella, più sottile e insidiosa, delle tecnocrazie».
Come?
«Attirando le menti migliori e mettendole a frutto, appunto».
Come selezionare la classe dirigente?
«In politica, attraverso partiti forti e aperti al resto della società. Oggi paghiamo le conseguenze di un sistema partitico debole e autoreferenziale. Il problema, paradossalmente, non sono i politici di lungo corso, che oggi hanno cinquanta-sessant’anni. Quelli, molto spesso, sono stati selezionati da partiti veri, in cui il confronto e lo scontro politico si concentravano sui contenuti. E tra qualche anno cederanno il passo per forza di cose. Il problema sono i dirigenti che i partiti stanno “selezionando” - si fa per dire - oggi».
Oggi per scegliere i candidati si usano le primarie. Cosa ne pensa?
«Le primarie, fatte con regole serie, vanno benissimo per scegliere i candidati».
Però...
«Beh, prima dei candidati, un partito forte dovrebbe selezionare in modo autonomo il suo gruppo dirigente. Autonomo non vuol dire autoreferenziale. Al contrario, i partiti dovrebbero attingere a piene mani al mondo delle professioni, della scuola, della ricerca, dell’economia e via dicendo. E poi, quando decidono di candidare i propri dirigenti, devono sottoporli alle primarie e sostenerli. Altrimenti le primarie premiano solo i notabili o chi ha più soldi, suoi o di chi lo appoggia».
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