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Pisa

Dalla strada al museo l’ascesa del pisano Ozmo

Dalla strada al museo l’ascesa del pisano Ozmo

Sgarbì definì un suo murale, «la Cappella Sistina della contemporaneità» «Mi piacerebbe lasciare un’opera che valga la pena di visitare la mia città»

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PISA. Gionata Gesi, in arte Ozmo, è pisano. E' uno degli artisti italiani street più noti al mondo, malgrado in Italia sia ancora sconosciuto ai più. Ora vive a Milano e lavora principalmente nel nord Italia, a Londra, New York. A Milano nei primi anni del Duemila Ozmo ha firmato interventi monumentali in centri sociali e spazi alternativi, tra cui il Leoncavallo, dove l'artista realizzò una delle sue opere murali più famose. Vittorio Sgarbi definì quel lavoro «la Cappella Sistina della contemporaneità».

Ha lavorato per i più grandi marchi (Nike e Absolut per citarne un paio) e hanno parlato di lui grandi riviste come Arte e Vanity Fair. Ma in Toscana solo a Prato è possibile ammirare in Toscana una sua opera. Nel suo sito www.ozmo.it, si possono trovare alcune delle sue creazioni più celebri.

Come ti sei avvicinato alla pittura?

«Mia mamma aveva una passione per il disegno che mi ha trasmesso e che da piccolo esercitavo disegnando Topolino e i personaggi della Disney. Altre forme espressive che sono arrivate in seguito, come la musica, si sono diradate per lasciar spazio alla pittura».

Com'è stato il tuo inizio da writer?

«Intorno al’ 93 a Pisa insieme a Francesco Barbieri ho iniziato a interessarmi ai graffiti: non esisteva internet, non esistevano riviste di settore, non esistevano bombolette adatte e non esistevano più di dieci graffitari in tutta la Toscana. Per trovare uno stile potevi solo fare foto analogiche a graffiti fatti da altri e studiarle a casa».

Già da qualche tempo lavori in circuiti di alto livello. Sei ancora in contatto con le tue radici urban?

«Certamente, ma se si parla di writing, nel senso canonico del termine, si parla comunque di scritte, e quelle non le faccio più dal '98. Da molti anni mi sono spostato verso nuovi territori, che ho sviluppato in un mio percorso: nei primi anni 2000 a Milano io ed altri artisti abbiamo gettato le basi per l'attuale scena di street art, un'etichetta che comprende il writing e condivide il contesto d'azione, ma si espande ad altri mezzi espressivi e linguaggi. Non lavoro solo con i musei: ho appena iniziato a ridipingere il muro del Leoncavallo a Milano, quello che qualche anno fa piacque tanto a Sgarbi e che, a mia insaputa, è finito nella copertina di un libro di Skira. Realizzo ancora murales con associazioni culturali locali o centri sociali, sono occasioni in cui reinvesto totalmente il mio budget nelle spese di realizzazione perché il risultato finale sia un'opera che possa avere un risalto internazionale, come la Madonna con la testa girata di Ancona o l'intervento che ho realizzato a Danzica insieme a M-City. Realizzare un muro 20x30 metri richiede spese notevoli».

Il fatto che questo sia diventato il tuo lavoro ha cambiato il tuo approccio?

«Non credo. È da sempre il mio lavoro, fin da quando disegnavo per un budget minimo.Il problema è mantenere lo stesso entusiasmo: io cerco di pormi sfide più impegnative».

Da dove nasce la tua arte?

«Ho studiato a Firenze, ma poi ho mollato perché l'accademia mi sembrava morta, senza stimoli, noiosa e la città era fissata con il Rinascimento.Potessi tornare indietro frequenterei quella di Brera, qui a Milano. Ispiratori per me sono Leonardo, Beato Angelico, De Chirico, Manzoni, ma anche cose più moderne come Hirst, Cattelan e Banksy, anche se quest'ultimo mi annoia e credo stia gettando ombra su molti street artist che sono altrettanto bravi ma solo meno abili a farsi pubblicità».

Qual è il tuo rapporto con Pisa?

«Pisa mi pare parecchio cresciuta da quando ero ragazzo. Apparentemente ci sono molti stimoli per i giovani universitari oggi, dieci anni fa per socializzare e uscire, rimaneva solo piazza Garibaldi e un paio di locali intorno. Mi piacerebbe lasciare un’opera che valga la pena di vedere o che sia un buon pretesto per visitare la città. Non dimentichiamoci che quello di Keith Haring è il più importante intervento mai realizzato dall'artista e che fino a qualche anno fa era ignorato dalle istituzioni cittadine, fatta eccezione per quelle brutte e costose barriere antisfondamento che impedivano solo ai ragazzini che aspettavano il bus per Lucca di scriverci sopra stupidaggini col pennarello».(c.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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