Sicurezza
«Un’alleanza delle Università pisane»
Carrozza, rettore del Sant’Anna: solo così possiamo affrontare la competizione mondiale; ma il governo ci sta uccidendo
PISA. Le classifiche delle Università non sono un gioco d’estate. E infatti parlandone con Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna (nonché presidente del Forum Università, saperi e ricerca del Pd nazionale), si parte da lì e si arriva al cuore del sistema universitario italiano, ai problemi e alle scelte che riguardano il suo futuro, alla possibilità di reggere o meno nella competizione globale con gli atenei di tutto il mondo e a come su tutto questo intervenga drasticamente la spending review del governo.
La classifica di Shanghai, la più prestigiosa, ha premiato l’Università di Pisa. Lei come giudica queste graduatorie?
«Sono ranking molto variabili, ognuno usa criteri diversi e a seconda dei parametri le università guadagnano o perdono posizioni. Quindi per prima cosa bisogna andare a vedere su cosa si basano queste graduatorie».
Nel caso di Shanghai?
«Se uno va a vedere i primi posti in graduatoria capisce che per le università europee e italiane ci sono ben poche chance. In testa ci sono dei colossi, le università di élite del sistema americano, che sono la punta di un iceberg imponente e molto variegato. È come alle Olimpiadi, di solito le medaglia dei primi classificati corrispondono a una scuola, per esempio la scuola della scherma italiana, che coinvolge bambini, ragazzi, tutta una tradizione. Lo stesso vale per il sistema universitario americano. E poi quella graduatoria premia prevalentemente le attività di ricerca, con le pubblicazioni sul Natural Science, e chi investe soprattutto nelle scienze e nell'economia, i settori più premiati negli Stati Uniti. In questa graduatoria Mit, Harvard e Stanford giocano tra di loro. Con questo tipo di parametri noi non possiamo inserirci».
Infatti Pisa è oltre il 100° posto. E tuttavia si difende.
«Questo significa che Pisa ha una lunga tradizione e nel passato ha investito bene. Perché i risultati che si vedono adesso sono stati ottenuti da professori reclutati qualche anno fa. Le pubblicazioni che escono nel 2011-12 si riferiscono a lavori fatti nel 2008-09 da professori che sono stati presi, si sono radicati, hanno fondato dei gruppi e hanno pubblicato, guadagnandosi una leadership nelle scienze della vita. Pisa ha una buona posizione e tutte le carte in regola per diventare un'ottima università internazionale».
Lei parla di Pisa nel suo complesso.
«Certo. Sostengo da tempo che Pisa ha un patrimonio straordinario di cervelli e reputazione e che ci vuole un'alleanza forte tra tutti gli attori pisani del sistema universitario e della ricerca (Università, Normale, Sant'Anna, Cnr) per fare sistema e porsi di fronte a Oxford e Cambridge come interlocutori. Succede in Francia dove le Università di Parigi si sono alleate per competere su questi parametri. A Pisa dovremmo fare lo stesso. Ci sono due modi per competere in queste classifiche internazionali: poter reclutare nuovi professori secondo standard di qualità internazionali e investire in ricerca».
E invece?
«Invece in Italia il reclutamento è bloccato. Il prossimo anno noi saremo al 20% del turn over. Questo significa che non potremo assumere professori, per cui tra due anni saremo ancora più in basso nelle graduatorie, perché queste si basano sulla possibilità di avere i migliori professori del mondo. Poi c'è la spending review che ci colpisce acriticamente. In Italia dovremmo avere il coraggio di differenziare il sistema universitario e far crescere chi ha la possibilità di crescere. Pisa è una città in cui il sistema universitario e della ricerca può crescere, ma senza reclutare nuovi professori non è pensabile».
Cosa intende quando parla di alleanza tra gli istituti pisani?
«Alleanza significa, per esempio, programmare strategicamente di essere competitivi in alcuni settori. Al Sant’Anna, negli ultimissimi anni, abbiamo deciso a tavolino su quali aree investire e così stiamo facendo. Sono aree non prettamente di scienze di base, (ingegneria, robotica, fotonica). E poi con rigore premiare l'eccellenza scientifica».
L’eccessivo numero di studenti può essere un problema?
«Le università che sono al top in queste graduatorie hanno un numero limitato di studenti, non fanno formazione di massa. In Italia e in Europa abbiamo fatto una scelta diversa, quella delle università di massa e comunque sia non abbiamo università specializzate, per i migliori, i talenti o per area, ma solo università generaliste. Svolgendo la funzione di dare un’educazione di base a tutti facciamo un servizio per il Paese, ma è cosa diversa da un’università di élite».
Il ministro francese ha contestato i criteri di Shanghai.
«E ha ragione perché in quelle classifiche non viene valutata la qualità dell'insegnamento. Ma anziché dividersi, l'Europa dovrebbe unirsi nel proporre un modello alternativo a quello americano delle università di ricerca per pochi. Bisogna avere il coraggio di dire che l’Università europea è un modello diverso. E avere anche il coraggio di distinguere dove si fa educazione di massa e si preparano i professionisti e i tecnici del futuro, da dove si fa ricerca in settori strategici per un Paese. Sono due funzioni diverse, non si possono confondere i piani».
Ha avuto modo di affrontare questi temi con il ministro Profumo? Che risposte ha avuto?
«Ne ho parlato e ne riparlerò. Sto preparando una risposta sulla spending review nel sistema universitario perché non si possono usare gli stessi criteri usati per tribunali, sanità e pubbliche amministrazioni. Di questo passo, appiattendosi sul fatto che bisogna semplicemente far tornare i conti, si porterà l'università alla distruzione. L'istruzione e la formazione non hanno un ritorno immediato. Formare un bravo studente costa, ci vogliono 5 anni di studi e 3 di dottorato per avere un buon professore o ricercatore. Non si può valutare tutto questo con i parametri usati per un'azienda. E' una follia. Con altri rettori ci stiamo preparando a rispondere punto per punto. Anche perché i numeri che circolano sono pericolosi. Allora chiudiamo per 2-3 tre anni le Università, così di sicuro si risparmiano molti soldi».
Gli allievi del Sant’Anna trovano lavoro?
«Per i laureati e i dottorandi non ci sono problemi. Il problema è di chi non studia o è fuori corso. Quello è il mondo a cui bisogna rivolgersi. Il problema è offrire a un numero di persone maggiori e anche a chi non viene da famiglie abbienti lo stesso tipo di percorso. Questo è l'obiettivo che ci dobbiamo porre».
Non a caso la mobilità sociale è tornata a ridursi e si accentua la tendenza al perpetuarsi delle “caste”.
«Esattamente. Nei prossimi anni avrò due impegni principali: combattere il modello che mira a far pagare agli studenti, con l’aumento delle tasse universitarie, la qualità dei servizi; lavorare sulla mobilità sociale. Dobbiamo trovare un meccanismo che permetta veramente ai meritevoli, anche se privi di mezzi, di arrivare al più alto grado degli studi».
Con 50.000 studenti, questo è un problema specifico di Pisa.
«L'Università pisana si rivolge a un bacino di studenti che provengono da regioni con tessuti sociali difficili, è un'università democratica, aperta a tutti. Occorre trovare il giusto mezzo per stimolare gli studenti a laurearsi in corso, che è molto più importante che laurearsi in assoluto. Laurearsi in 5 anni invece che in otto fa una differenza enorme nella possibilità di trovare lavoro, nel modo in cui ti giudicano le imprese. E trovare meccanismi affinché gli studenti part-time possano studiare e laurearsi tenendo conto che devono lavorare per mantenersi agli studi. Ci possono essere anche percorsi alternativi, titoli di studio alternativi» .
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
