Finanza
La foce dell’Arno non è navigabile
Fondali bassi, la Capitaneria sconsiglia i passaggi. La denuncia degli operatori: «Nessuno fa i lavori di dragaggio»
PISA. «Il fiume è dichiarato non navigabile e se ne sconsiglia il transito». Non lascia dubbi l’aggiornamento delle pubblicazioni nautiche diramato dall’Ufficio locale marittimo – Guardia Costiera di Marina di Pisa il 21 luglio: «La foce del fiume Arno è soggetta a insabbiamenti e alla creazione di barre sabbiose variabili in funzione delle condizioni meteo marine, che possono portare alla formazione di secche». La raccomandata a mano è stata distribuita a tutti i cantieri, i circoli e i punti di ormeggio in golena. Gli stessi che ora si chiedono: «A chi tocca dragare il fiume? Continuano a chiederci tasse per le nostre attività, ma non fanno niente per farci lavorare. Dobbiamo minacciare lo sciopero fiscale? O chiudere?». La Lega navale ha dovuto scrivere sul proprio sito: «Attenzione, pericolo. Prestare la massima attenzione transitando a bassa velocità e scandagliando costantemente il fondo. L’attuale consistenza è di circa centimetri 100» nel punto meno profondo, un metro e mezzo di media al centro del corso d’acqua. E il pericolo c’è davvero: nell’ultimo mese sono ben tre le imbarcazioni che sono rimaste incagliate e per le quali è stato necessario intervenire. Lo racconta Mauro Renzetti, dell’Associazione rimessaggi nautici ormeggiatori (Arno): persino un Brigand 9,50 si è arreso al bassofondo, nonostante sia una delle barche che ha il pescaggio più basso di tutte (1,8 metri). La soluzione sarebbe, appunto, il dragaggio del fiume; ma Maurizio Bandecchi della Cna confessa che «non si riesce a capire chi debba farlo: la legge regionale ha attribuito alla Province la funzione di garantire la navigabilità, ma non ha fatto il passaggio di competenze completo». Il risultato è che la Provincia di Pisa non ha i fondi per eseguire l’operazione e, soprattutto, non sa fin dove compierla. Esiste, infatti, un Demanio marittimo e un Demanio idrico: grosso modo il primo ha competenza sulle acque salate, l’altro su quelle dolci, i cui confini sono incerti.
In attesa di chiarimenti, il presidente di “Arno” Gustavo Elmi si sente preso in giro: «È come se lo Stato chiedesse le tasse a un commerciante che apre un negozio in corso Italia, ma lo stesso Stato dicesse agli altri cittadini che è vietato passare da corso Italia». Se ne esce in due possibili modi: «O dragano il fiume o noi smettiamo di pagare il canone di rimessaggio e passiamo alla più bassa tariffa per gli orti, tanto qui ormai si può solo coltivare». Provoca Elmi, perché ovviamente tifa per la prima soluzione: «Siamo il più grande porto in canale d’Italia, con 3.500 barche, 50 rimessaggi, 200 operatori e un indotto enorme, compresi i ristoranti. Non si può far chiudere tutto ciò». Il presidente della Lega navale, Enzo Meucci, aggiunge una considerazione: «Con i suoi costi per posto barca del 30 - 40% inferiori a quelli di Viareggio e Livorno, il bacino dell’Arno ha l’importante funzione di calmierare i prezzi». Insomma, se le attività locali chiudessero, esploderebbero prezzi da Vip che porterebbero (forse) turismo ricco ai nostri vicini, ma di sicuro manderebbero sul lastrico le famiglie che con il fiume e sul fiume vivono. Allora tutti concordano: «Quello della Capitaneria è un atto dovuto. In fondo i problemi di navigabilità non sono nuovi. Ma ora la situazione si sta aggravando e non aspettiamo che scatti l’incidente. Fate qualcosa prima!».
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