Italia
Il vescovo: troppi confondono la fede con le tradizioni
Monsignor Benotto a sacerdoti e laici: «Oggi si rifiuta la mediazione della Chiesa e si dimentica il Vangelo»
PISA. La fede cristiana? «Spesso la si confonde con la religiosità legata alle tradizioni e alle consuetudini». A dirlo, in una lunga lettera anticipata da “Vita Nova” e rivolta a sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, è l’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto. Le sue parole, frutto di una riflessione collettiva, maturata da quanto emerso dalle riunioni del Consiglio pastorale diocesano del 10 febbraio e del Consiglio presbiteriale del 1° marzo, sono un punto di partenza, una serie di osservazioni da approfondire nelle parrocchie durante l’Anno della Fede che è stato indetto da Papa Benedetto XVI con la lettera apostolica “Porta Fidei” e si aprirà l’11 ottobre prossimo per finire il 24 novembre 2013.
Il rapporto col Vangelo. Secondo monsignor Benotto, i cattolici della diocesi di Pisa non sono immuni da un fenomento generale, ovvero «uno scollegamento dell’esperienza della fede dalla persona di Gesù e dal suo Vangelo, che non risulta più essere il riferimento concreto e costante per la vita di ogni giorno». Infatti, «più che di fede a volte si può parlare di forme di religiosità più o meno rivestite di cristianesimo che nemmeno hanno una traduzione coerente nella vita morale, per cui da una parte sta la religiosità e dall’altra la vita con le sue scelte concrete. In altre parole, c’è da domandarsi se anche il cristiano che si proclama tale, ha fatto realmente un’autentica esperienza personale di incontro con Gesù Cristo».
L’ignoranza. L’arcivescovo prosegue l’analisi sottolineando come si noti «una notevole e diffusa ignoranza circa i contenuti della fede, spesso recepiti attraverso i canali deformanti della comunicazione sociale, non dimenticando che gli stessi contenuti della teologia della fede, in quanto tali, vengono filtrati dal sentire soggettivo di ciascuno, per cui se ne accettano alcuni elementi, mentre se ne rifiutano altri».
Il senso della Chiesa. I cattolici - sostiene con forza monsignor Benotto - non possono permettersi di rifiutare la mediazione della Chiesa. All’ignoranza sui contenuti della fede, «si accompagna una grave carenza del senso della Chiesa. Se il patrimonio della fede è affidato alla custodia e all’annuncio da parte della Chiesa, ma la Chiesa non è percepita nella sua vera identità, è ovvio che alla fine, rifiutando la mediazione della Chiesa, si finisce per rifiutare anche la fede».
Il ruolo della famiglia. La fede - ricorda l’arcivescovo - ha sempre avuto uno spazio naturale in cui è stata trasmessa: la famiglia. Eppure oggi la fede «fa fatica ad essere trasmessa da una generazione all’altra», tanto che «ci troviamo a uno snodo epocale con tutte le contraddizioni del caso: si chiedono ancora i sacramenti per sé e per i figli, ma, dato che la fede è diventata una “faccenda privata”, ci si preoccupa assai poco della sua trasmissione anche là dove invece tutto chiede condivisione e sostegno reciproco».
Il dono. La fede - sottolinea monsignor Benotto - è prima di tutto «dono di Dio», per cui «l’atteggiamento fondamentale da educare è l’ascolto, il discernimento e l’accoglienza della Parola di Dio nella nostra vita quotidiana».
Quattro direzioni. Nel corso dell’Anno della Fede, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici sono chiamati - dice l’arcivescovo - «a operare lungo quattro direzioni: la fede vissuta che opera mediante la carità; la fede studiata e conosciuta nei suoi contenuti; la fede pregata e celebrata nella liturgia; la fede annunciata e proclamata a tutti, tenendo conto degli ambiti particolari della nostra attività pastorale ordinaria».
La Cittadella della solidarietà. Parlando della fede vissuta, monsignor Benotto invita «a moltiplicare le occasioni in cui i giovani siano chiamati a compiere gesti che traducono la fede in servizio di carità (mense dei poveri, campi di lavoro solidale, etc.)». Un’opportunità in questo senso «viene offerta dalla realizzazione della Cittadella della solidarietà (prevista al Cep, ndr), come da un utilizzo più ampio delle normali iniziative di formazione alla carità che la Caritas diocesana porta avanti con perseveranza».
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