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Pisa

«Basta con queste sagre I locali perdono il 22%»

«Basta con queste sagre I locali perdono il 22%»

Confcommercio e Confesercenti all’attacco denunciano un mancato incasso di 4 milioni di euro e mettono sotto accusa alcune feste chiaramente speculative

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PISA. «Le sagre? Concorrenza sleale ai danni dei locali pubblici». Non usano mezzi termini Confcommercio e Confesercenti per attaccare le sagre e le feste di piazza. «Questo flusso di sagre, concentrato per lo più durante la stagione turistica, comporta una perdita di fatturato netta dei pubblici esercizi pisani pari al -22% - attacca il direttore di Confcommercio, Federico Pieragnoli, citando dati Fipe - con un mancato incasso superiore ai 4 milioni di euro. Esempio tipico di concorrenza sleale, di elusione di tutte le normative igienico-sanitarie, di sicurezza e fiscali; queste sono per definizione proprio sagre e feste varie, che non solo procurano un danno all'erario, ma di fatto alterano la concorrenza con i pubblici esercizi regolari».

Duro anche il direttore di Confesercenti, Marco Sbrana: «75mila coperti per un giro d’affari di un milione e mezzo di euro, concentrato in un periodo limitato che va da maggio a settembre. Questo il dato sulle sagre nella provincia di Pisa, secondo un nostro studio. Crediamo che sia giunto il momento di intervenire a livello normativo per distinguere le iniziative meritevoli da quelle chiaramente speculative, che poi si risolvono in un danno per alcuni».

L'argomento è stato al centro di un incontro nazionale a Roma dal titolo emblematico: “Estate: tempo di sagre. Per i pubblici esercizi tempo di magre. Stop alle sagre selvagge”.

Spiega ancora il direttore di Confesercenti: «È stata l'occasione per presentare alcuni nostri studi. La Toscana è la terza regione d'Italia per numero di feste e sagre. Nella provincia di Pisa se ne contano oltre 200 tutte concentrate in pochissime settimane».

Insiste il direttore di Confcommercio, Pieragnoli: «Da tempo chiediamo che le amministrazioni locali stilino un calendario delle sagre e delle feste autorizzate, comprovanti la qualità e la tipicità dei prodotti somministrati, vietando tutte le altre. Al contempo – conclude - invitiamo le autorità di controllo e di vigilanza ad occuparsi non soltanto dei pubblici esercizi regolari, presenti sul territorio e ispezionabili tutto l'anno, ma di allargare la loro essenziale attività ispettiva anche a questo tipo di manifestazioni».

La conclusione di Sbrana: «I Comuni devono fare la loro parte con una sorta di graduatoria tra le realtà che promuovono queste iniziative. Realtà che, in alcuni casi, sono paravento per operazioni di privati che in questa maniera fanno concorrenza sleale nei confronti delle attività tradizionali di ristorazione. Un esempio? A Volterra volevano organizzare una sagra del cacciucco (non certo prodotto legato al territorio) e una sagra dei campionati europei di calcio».

Va comunque detto che il confine che separa una sagra tradizionale da una iniziativa meramente commerciale sta tutto nella finalità per cui l'iniziativa nasce e di conseguenza nel tipo di organizzazione.

Per sagre tradizionali si intendono le feste di partito, quelle organizzate dai gruppi sportivi per il finanziamento della propria attività, quelle delle associazioni di volontariato con le stesse motivazioni.

Nel nostro territorio le sagre storiche sono ad esempio quella della "pallette con i funghi porcini", organizzata da oltre trent'anni dal gruppo sportivo Madonna dell'Acqua; o ancora la sagra del pinolo, a San Piero a Grado, che vede tutto il paese (dal circolo Acli alla magistratura del Gioco del ponte dei Dragoni, fino alla parrocchia) impegnato nella preparazione e nella gestione anche in questo caso da oltre trent'anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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