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Esuberi a Camp Darby «Per noi è un dramma»

Esuberi a Camp Darby «Per noi è un dramma»

Marco Orsolini, dipendente della base Usa dal 1990, racconta la sua storia «Ho adottato due bambini e andare a Vicenza significa rinunciare a fare il padre»

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PISA. A Camp Darby, la base militare Usa tra Pisa e Livorno, entrò per la prima volta ventisei anni fa. A fine settembre vi metterà piede per l’ultima volta. Non per trasferirsi a Vicenza, però. Marco Orsolini, 49 anni, di Livorno, è da appena 17 mesi felice papà adottivo di due bambini: «E loro, in questo momento, hanno bisogno anche di me».

Dietro i numeri dei dipendenti civili italiani della base americana licenziati, trasferiti (alla base di Vicenza) o riassegnati, si nascondono storie, sogni, aspettative cancellati d’un colpo «con quella maledetta lettera consegnata a 53 di noi il 31 maggio», commenta il sindacalista Vittorio Salsedo della Fisascat/Cisl.

Lui, Marco, è persona molto conosciuta e stimata a Camp Darby. Un uomo dalle mille passioni: fotografo – sue alcune belle mostre allestite all’interno della base – giocatore di football americano, jazzista. Insomma, la tipica figura che piace molto agli americani.

Marco Orsolini bazzica Camp Darby da una vita. A metà degli anni Ottanta lavorava per un service della base militare Usa. E per questo aveva il pass necessario ad entrare dai cancelli di via Livornese. Fin quando viene a conoscenza che si è liberato un posto da frigorista all’interno della base. Fa domanda. Il direttore del personale lo rintraccia a Cenaia, a casa di un militare Usa cui sta riparando il frigo: «Vieni, per te c’è un contratto da firmare».

«Entrai in servizio il 22 gennaio 1990», racconta. Da allora la vita la passa tra le cucine, la mensa, l’albergo, le camerate, tutti gli spazi comunitari della piccola cittadella che sorge nella pineta di Tombolo. Da frigorista ed elettromeccanico. Reperibile in ogni istante: all’alba o durante la notte, a Capodanno o a Natale. Ferie a settembre, una vita piegata ai ritmi ed alle esigenze degli americani. Tanti elogi, la tranquillità del posto fisso.

Orsolini si impegna anche nel sindacato. Rappresentante dei lavoratori in tema di sicurezza, entra a far parte del direttivo di Fisascat/Cisl. Un solo cruccio: la moglie Patrizia, infermiera professionale, è spesso lontana da casa. Lavora in una struttura sanitaria prima sul Lago Maggiore, poi a Modena, Firenze, quindi a Pisa. Dopo sei concorsi, approda finalmente all’hospice di Livorno. I due possono tornare a vivere insieme. La casa è acquistata con un mutuo. «E finita di pagare da appena due anni». Intanto la coppia sogna un figlio. Dopo averlo aspettato a lungo, ottiene l’adozione di due bambini del Costarica. Marco e Patrizia sono al settimo cielo.

«Quando accettammo l’adozione – ricorda Marco Orsolini – ci impegnammo a dare un babbo e una mamma ai bambini. Il nostro impegno di genitori è costantemente monitorato dalla psicologa dell’associazione grazie a cui abbiamo ottenuto l’ adozione. Non posso rinunciare a fare il papà proprio adesso che i miei figli si stanno attaccando alla nuova famiglia. Non adesso».

Che fare? «Nell’officina dove presta servizio Marco Orsolini – osserva Vittorio Salsedo, segretario generale di Fisascat/Cisl – fino a dieci anni fa lavoravano in cinque. Dal primo ottobre ci sarà un solo tecnico. Auguri al collega, ma difficilmente riuscirà a star dietro a tutti i frigoriferi, i ventilatori, gli impianti di condizionamento, le cucine presenti a Camp Darby, dove vivono 600 persone, tra militari e civili. Senza contare che i frigo riferisti qui intervengono anche in caso di fughe di gas. Allora mi chiedo: quale criterio hanno adottato gli americani per tagliare l’organico?».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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