La manifestazione
Dimezzata la pena dell’assassino
Il pisano Baroncini dovrà scontare 16 anni invece di 30 per avere strangolato l’amica che aveva rifiutato le sue avances
PISA. Le parole del giudice colpiscono come pietre il cuore di mamma Maria Grazia Forli. Il giudice della corte di appello di Firenze legge, scandendone le parole, il verdetto: viene ridotta da trenta a sedici anni la pena di Simone Baroncini, l’operaio pisano detenuto al Don Bosco, oggi trentasettenne, che la notte fra l’8 e il 9 dicembre del 2009 uccise Vanessa, la figlia di vent’anni di Maria Grazia. La strangolò sul greto del Serchio, perché la ragazza, di cui lui si era invaghito, aveva rifiutato le sue avances.
«La vita di un animale vale più di quella di una persona per la giustizia», è il primo commento duro, a caldo, di Maria Grazia, che dopo la morte della figlia non si è mai rifugiata nel suo dolore. Ha scelto di combattere; ha raccontato a tutto il mondo la storia della sua bambina uccisa, chiedendo certezza della pena. Altrettanto dure sono le parole dell’amica del cuore di Vanessa, Tania Gentosi, arrivata a Firenze con il babbo Gino e un gruppo di amici che con la mamma della ragazza uccisa ed esponenti della pari opportunità di Firenze hanno inscenato un sit-in davanti al palazzo di giustizia in viale Guidoni. E hanno esposto striscioni, con le foto di Vanessa sorridente e felice.
«Una vergogna, sono scioccata - dice Tania con la voce rotta -. Mi vergogno di vivere in questo Paese. Non ci si crede che la pena, per un assassino che ha compiuto un crimine così efferato, sia ridotta a sedici anni». Il babbo Gino: «Ho una tessera di partito. Appena arrivo a casa, la strappo. Non andrò più a votare, finché non vedrò un politico che cambia una legge così ingiusta che permette di dimezzare la pena a un assassino. Mi domando perché si debba spendere per incaricare un avvocato di condurre una battaglia legale quando invece tutto è scontato, perché è la legge che determina l'epilogo di un processo».
In tutto, ieri mattina, il processo si consuma nell’arco di quasi tre ore. Simone Baroncini non alza mai gli occhi, non incrocia quelli della mamma di Vanessa, in aula insieme alle figlie, i generi e al suo avvocato Tiziana Bertani.
«Sono amareggiata dal verdetto, ma ce lo aspettavamo - continua Maria Grazia Forli -. D’ora in poi mi adopererò perché la legge che permette un doppio sconto della pena venga rivista, perché venga depennato il rito abbreviato per il reato di omicidio volontario. Non ricorrerò in Cassazione, non servirebbe a niente».
In primo grado, Baroncini era stato condannato a trent’anni perché aveva chiesto il rito abbreviato, ottenendo così lo sconto di un terzo della pena. Ieri in appello, gli sono state concesse le attenuanti generiche e un ulteriore sconto di pena, calcolato su una base di 24 anni e non di trenta (per il calcolo, la pena è stata decurtata delle attenuanti).
Non erano in aula Franco Baroncini e Claudia Tognetti, i genitori di Simone Baroncini.
«Siamo contenti per l’esito del processo di secondo grado - dichiara al telefono Franco Baroncini -. Simone in carcere si sta comportando bene. È il primo della classe. Passa le sue giornate leggendo, scrivendo e lavorando. Frequenta la scuola dentro il carcere. Tutti lo conoscono e lo hanno preso a benvolere. Ci dispiace per quello che è accaduto, per la ragazza e la sua famiglia. Se potessimo fare qualcosa, lo faremmo volentieri. Nostro figlio non è un delinquente; quella sera, non si capisce perché, scattò la molla».
In appello, sono stati confermati i risarcimenti alla famiglia: 300mila euro a testa ai genitori di Vanessa, 130mila a ciascuna delle sue sorelle.
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