Gioco
«Intitoliamo il Verdi a Titta Ruffo il grande baritono»
Giampaolo Testi rilancia in un libro la sua proposta «Il consiglio di amministrazione l’aveva deliberata anni fa»
PISA. «E' arrivata l'ora: intitoliamo il teatro Verdi a Titta Ruffo, il più grande baritono di tutti i tempi».
La proposta, deliberata anni fa dal consiglio di amministrazione del Teatro, viene rilanciata dal "pisantropo" Giampaolo Testi nella terza edizione del suo libro "Pisanità di Titta Ruffo".
L'autore, conosciutissimo in città, dopo aver polverizzato le due precedenti edizioni, ha "costretto" il suo editore Felici a ristampare il volume, con Maria Valeria Della Mea che firma la presentazione dolcemente ironica, sentimentale e con un sobrio piglio di nostalgia.
Il libro di Testi ci fornisce molte notizie, memorie e curiosità, arricchite da numerose illustrazioni ben selezionate.
Ne viene fuori il racconto di un uomo che ha segnato il melodramma italiano e mondiale, ma anche di un'epoca storica e di una città, Pisa, che non si finisce mai di conoscere e di amare. Giampaolo Testi costruisce un bell'affresco della sua città, con al centro la parabola del grande Titta Ruffo, «insuperato e insuperabile baritono».
E l'autore ha tutti i titoli e gli attributi per farlo: è un "maniacale" innamorato di Pisa, ne conosce bene la storia, i pregi e soprattutto i difetti e per rappresentarli usa anche istrionismi e arte affabulatoria, neologismi e amenità, pur in un rigoroso excursus storico. Titta Ruffo, come dice Giampaolo Testi, era, si sentiva e si comportava da pisano: ne rispecchiava le peculiarità più profonde. Come il suo essere "piccoso", ostinato, suscettibile "come noialtri pisani".
Come fece con Giacomo Puccini, per il "Mistero del Tabarro". Il 12 marzo 1918 il grande Puccini scrive a Ruffo da Viareggio: «Caro Titta, probabilmente si daranno a Roma per la fine di aprile o ai primi di maggio le mie tre opere in un atto e ciò in una sola sera insieme. "Il Tabarro" e "Gianni Schicchi" sono per voi sia come voce e temperamento e io vi domando se volete cantarle. Ve lo dissi un anno fa e ve lo ripeto. Mi si dice che non volete cantare a Roma, è vero? Vi prego di rispondermi subito perché il tempo stringe per decidere».
Ma il Titta non accontentò o non volle accontentare il Maestro lucchese. «Ma v'è di più _ scrive Testi _ non cantò mai ne "Il Tabarro" e non incise neppure una frase dell'opera. Così suscettibili siamo solo noialtri pisani».
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