Sicurezza
Per il pizzo finirono in carcere in otto
L’inchiesta della procura sulle tangenti ai bengalesi scoprì la punta di un iceberg su clandestini e affitti
PISA. L’inchiesta della procura sul pizzo alle bancarelle del Duomo esplode a fine febbraio del 2011 con arresti per sette persone e una misura (l’obbligo di firma) per un’ottava.
Stare in un banco in piazza dei Miracoli, secondo l’accusa, ai bengalesi poteva costare dai 12mila ai 15mila euro l’anno a testa. Probabilmente a testa.
E per chi non pagava scattavano prima le minacce e poi veri e propri pestaggi.
Uno clamoroso, avvenuto a Natale 2010 in strada, sotto gli occhi degli automobilisti, era stato ripreso dalle telecamere di un negozio e aveva dato l’avvio all’indagine che aveva messo in luce un fenomeno di cui tutti parlavano, anche gli stessi ambulanti italiani che lo avevano denunciato alle associazioni di categoria, ma su cui non c’era alcuna certezza .
A scoprire quella che apparve la punta di un iceberg furono i carabinieri di Pisa, in un’inchiesta diretta dal consigliere Antonio Giaconi.
Gli otto finiti nei guai e ora in attesa di giudizio sono bengalesi che operano a Pisa da circa dodici anni e che, secondo l’accusa, avevano messo su un’organizzazione di sfruttamento di loro connazionali: li facevano venire in Italia promettendo assunzione e lavoro, li regolarizzavano, li assumevano per poi licenziarli subito e alla fine offrivano loro un posto in piazza dei Miracoli e dintorni, in una bancarella proprio in piazza Duomo, o fra piazza Manin e le mura vicine.
L’organizzazione, capeggiata da tre fratelli, avrebbe rilevato una buona fetta delle bancarelle della piazza dagli ambulanti pisani a cui a suo tempo il Comune aveva dato la concessione, per poi cederle ai loro connazionali in cerca di lavoro.
L’affitto, secondo gli inquirenti, costava circa 9mila euro l’anno; il pizzo alla società bengalese di import-export di souvenirs dei tre fratelli, la Mohini, andava dai 3mila ai 5mila euro. Ma c’era chi non ce la faceva a pagare e restava anche indietro di un anno. A quel punto scattavano minacce e agguati e poi petsaggi veri e propri.
Le vittime furono diverse, durante le ultime aggressione almeno tre.
Per gli otto bengalesi finiti sotto inchiesta, l’accusa è estorsione aggravata in concorso e lesioni aggravate.
(c.v.)
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