Il Tirreno

Pisa

Banchi d’oro, la storia nasce nel dopoguerra

di Candida Virgone
Banchi d’oro, la storia nasce nel dopoguerra

Fra leggenda e verità, ecco le cifre del commercio sul prato dei Miracoli Redditi, immigrati, prezzi ufficiali e ufficiosi di affitti, vendite e tangenti

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PISA. Furono assegnate per la prima volta nel dopoguerra le bancarelle di piazza del Duomo, a persone indigenti e senza lavoro, vittime sociali di un massacro che, per la seconda volta, in pochi anni, aveva messo in crisi il mondo intero. «Licenze o concessioni rinnovabili, ma automaticamente - spiega il vicedirettore di Confesercenti, Giulio Garzella - come prevede la Regione Toscana, cosa che non tutte le Regioni prevedono».

Insomma chi ce l’ha la conserva a vita e può trasmetterla ai figli e i figli possono passarla ai nipoti; oppure può venderla, e in passato lo hanno fatto in tanti; oppure, ancora, è libero di affittarla, perché si tratta della normale e legittima locazione di una impresa: insomma è quello che si dice un diritto acquisito.

«La si può perdere - aggiunge Garzella - solo se vengono a decadere requisiti morali o professionali, cosa che non è mai accaduta».

Parte da lontano la storia dei banchi di piazza dei Miracoli e dintorni, piccole imprese (per le dimensioni, ma per qualcuno grandi per un volume di affari che si vagheggia a diversi zeri), nell’occhio del ciclone per il ventilato e discusso trasferimento, al centro di un’inchiesta della procura per il pizzo agli affittuari stranieri al nero da parte di organizzazioni di sospetti speculatori, cuore di un dibattito acceso su guadagni reali o presunti.

«Nel dopoguerra - dice la signora Daniela Donati, bancarellaia storica del Duomo - furono date alla plebe vera e propria, nessuno me ne voglia. Io ci lavoro da 34 anni. L’ho comprata nel ’79, con tanto di mutuo, da uno zio di mio fratello, Guido Sorriente, che l’aveva ottenuta nel ’45».

Secondo fonti comunali, le licenze sono in tutto 87, spalmate fra Duomo, Arcivescovado, piazza Manin, via Cammeo, via Maffi e largo Cocco Griffi: 81 di proprietà di italiani e solo 6 di stranieri che l’hanno acquistate. I banchi dati in affitto sono in tutto 52, 36 a stranieri e 16 a italiani. Quelli che dovranno spostarsi per i lavori alle Sinopie sono: 40 al Duomo, 4 in via Maffi e uno a rotazione dall’angolo di via Roma. Ai titolari i banchi costano sui seicento euro l’anno di tosap: la tassa sul suolo pubblico è di 57,12 euro al metro quadro e i banchi sono di 11 metriquadri e 50 o di 12, quindi la cifra va da 572 euro a 630.

Fino agli anni Ottanta, insomma prima dei vari decreti che dovevano spazzare i mercanti dal tempio e dei ricorsi al tar, le vendite avrebbero avuto un grande mercato: si parla di cifre da capogiro, mezzo miliardo di lire, un miliardo. Oggi - sia in ambienti istituzionali che in quelli commerciali della zona - si vocifera di prezzi che oscillano, ovviamente a seconda della posizione (vicino alla torre, davanti al duomo, al battistero, nelle piazze vicine), da alcune centinaia di migliaia di euro a cinquecentomila, fino ad un milione. «Assurdo e impossibile - scuote il capo Stefano Perini, della commissione mercato del Duomo - : assurdo in generale e soprattutto con questa spada di Damocle sulla testa. Senza sapere quale sarà la destinazione finale, chi vuole che compri, e poi a questi prezzi»?

«Un milione di euro - chiede inviperito Garzella -? Lo racconta nei bar l’assessore (ndr: Giuseppe Forte, delega al commercio a palazzo Gambacorti), ma la deve anche smettere...».

E gli affitti quanto costano? Nessuno lo dice, né italiani, né stranieri, e nessuno sembra saperlo. Secondo l’inchiesta della procura, i bengalesi che prendono i banchi in affitto al nero da connazionali, affittuari effettivi dei titolari, pagano fitto e pizzo, per un totale che oscilla da 12mila a 15mila euro l’anno e che dovrebbe riscattare anche l’arrivo in Italia e una regolarizzazione solo iniziale. Pare, più o meno, a testa.

E se gli italiani che traggono reddito da un banco sono due o tre ad attività, mantenendo dalle due alle tre famiglie, i bengalesi figurano in tre ma ci campano in sette-otto. Anche qui, le cifre effettive si vagheggiano come in una favola metropolitana: ma chi sta sulla piazza, bar, agenti, commercianti, operatori vari parlano tutti di 4-5mila euro al mese, che tradotto in un anno può significare 48mila-60mila.

E i redditi di queste attività? Anche qui scena muta o quasi. E se gli italiani, non tutti, nicchiano - c’è chi confessa ventimila euro l’anno netti, chi novantamila lordi, a seconda della posizione, mentre i soliti beneinformati dicono che si va intorno ai 300-400mila, cifra che ovviamente precipiterebbe dimezzandosi in via Pietrasantina - gli stranieri bleffano proprio. «Parlo italiano sì»: dice un bengalese con un sorriso. Ma alle domande specifiche su costi, pizzi e redditi, se si può, sbianca. «I don’t understand»: biascica sgomento. E poi si defila girando le spalle.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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