Il dolore
Braccio di ferro tra ateneo e ministero
Statuto: il senato accademico respinge le modifiche su elezioni e rappresentanza. Il Miur ricorre ai giudici amministrativi
PISA. In ateneo tutti ribadiscono che valgono ancora le parole del rettore Massimo Augello pronunciate a fine febbraio: «Non vogliamo fare la guerra a nessuno». Ma altrettanto all’unanimità ieri il senato accademico ha lanciato la sfida al Miur, ministero dell’Università, respingendo le modifiche allo statuto che da Roma erano state “suggerite”. Ora la palla passa al Tar della Toscana, dove la settimana prossima si fronteggeranno i due uffici legali: quello di Pisa e quello del ministro Francesco Profumo; i giudici fiorentini del tribunale amministrativo diranno chi ha ragione.
La storia comincia con la cosiddetta riforma Gelmini, cioè la legge 240/10, approvata a ridosso del Natale di due anni fa, in mezzo a polemiche e contestazioni nazionali che hanno fatto il giro del mondo: in città fu occupata persino la Torre pendente. Tutto inutile, l’allora ministra Mariastella la spuntò: passò il testo che studenti e professori bollavano come «liberticida e lesivo della nostra autonomia». Tra le altre cose, imponeva a tutte le università di riscrivere gli statuti per adeguarli ai dettami della legge. Così, a novembre del 2011, l’ateneo cittadino vara la nuova carta. Nel frattempo il governo cambia, ma gli uffici ministeriali no: in piena adesione allo spirito gelminiano, sullo statuto di Pisa piovono 55 osservazioni, di cui 35 di legittimità (le più “pesanti”) e 20 di merito. A fine febbraio di quest’anno, in seconda lettura, il senato accademico accoglie qualche rilievo, ma tiene duro su quello più importante: l’elezione dei membri del consiglio d’amministrazione. Nella prima versione dello statuto era previsto che il senato definisse una rosa di almeno 8 candidati per la componente docente in cda e di 2 per quella del personale tecnico amministrativo: i consiglieri erano eletti all’interno di queste rose. Il ministero chiede la «designazione» dei membri, senza passare per il voto.
«Questione di interpretazione della legge 240 - spiega Augello - ma per noi è chiarissima e abbiamo ritenuto compatibile quello strumento di democrazia diretta».
Da quel momento il Miur ha sessanta giorni per impugnare lo statuto. Atto che puntualmente accade: non solo da Roma si ribadisce che «l’elezione non s’ha da fare»; ma avvertono pure che non hanno gradito il giochetto sulle commissioni paritetiche. Era un trucco che il senato aveva escogitato per salvare forma e sostanza: infatti il ministero aveva definito «modalità appesantite» i pareri provenienti dal “Consiglio degli studenti”; esso, da statuto in prima versione, avrebbe potuto chiedere il riesame delle delibere d’ateneo. A febbraio Pisa lo aveva ribattezzato “commissione paritetica”, togliendole la veste ufficiale di organo istituzionale, ma mantenendola in vita. Ora gli uffici ministeriali dicono che deve sparire.
E arriviamo al senato di ieri: terza unanimità (dopo le due letture) per dire «no». Restano l’elezione dei componenti interni del cda e l’istituzione delle commissioni paritetiche docenti-studenti all’interno dei corsi di studi, un luogo di confronto per fare proposte sulle attività formative. Almeno fino alla settimana prossima, quando il Miur chiederà al Tar la sospensiva dello statuto. Il tribunale della Liguria, pochi giorni fa ha dato parere negativo all’analoga richiesta del ministero e salvato la carta fondativa dell’Università di Genova. Ma ogni Tar è diverso.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
