Attenzione
Se un operaio ti veglia al capezzale
Un libro sui 123 anni della Saint Gobain, tanti personaggi e storie che si intrecciano tra battaglie e grande solidarietà
PISA. Ecco una "storia" sulla Saint Gobain lunga più di un secolo, dalla quale viene fuori non solo la Pisa dell'Otto-Novecento, ma anche le tappe principali dello sviluppo industriale italiano e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Il libro di Renato Bacconi "Saint Gobain. Un secolo di industria, lavoro e società a Pisa 1889-1983" edito dalla Biblioteca Franco Serantini. si dipana dall'arrivo della fabbrica francese in Italia nel 1889 fino alla vertenza sindacale del 1983, passando attraverso gli anni del fascismo, la Seconda guerra mondiale e la rivolta del ’68. Un affresco lucido e partecipato, dipinto da un testimone diretto delle vicende del movimento operaio, più che un libro di storia nel senso proprio sel termine. «In effetti non è un libro di "storia" - dice Bacconi - ma di storie, di cronache. Sono tanti flash degli eventi più salienti».
C'è un filo conduttore?
«Tutta la vita che riguarda gli operai, fin dalla nascita, è lo scontro tra loro e i padroni sul riconoscimento della rappresentanza in fabbrica. Dal grande sciopero del 1903, alla serrata alla Piaggio del 1946».
Le vicende dei vetrai pisani alla Saint Gobain costituiscono uno spaccato importante del movimento operaio italiano. Eppure sono meno conosciute.
«Una parte significativa delle organizzazioni del vetro presentava forti tratti legati al tradizionale sindacalismo di mestiere: il centralismo dei maestri vetrai di Porta a Mare nel processo produttivo, il loro controllo dell'apprendistato, una rilevante capacità contrattuale. Una tipicità unica e contaminante».
La Saint Gobain ha sempre condizionato il quartiere popolare di Porta a Mare.
«L'intera area dello stabilimento, con le sue grandi quattro ciminiere e le torri bianche della cisterna d'acqua era una sorta di cattedrale che all'epoca d'oro dava lavoro a migliaia di persone. Oggi la sua incidenza sulla città è minore ma ancora significativa: dopo 123 anni è l'unica vera fabbrica pisana».
Veniamo agli uomini più significativi che lei cita nel libro, lavoratori e soprattutto sindacalisti, anarchici e repubblicani prima del fascismo, poi sostituiti da comunisti e socialisti nel dopoguerra. Ci faccia alcuni nomi.
«La Camera dei lavoro della città, nata nel 1896, si è trovata ad essere controllata agli inizi del Novecento da una maggioranza costituita in funzione anticonformista, con segretario Virgilio Saverio Mazzoni, che era allora uno dei più noti esponenti dell'anarchismo italiano, mentre nel secondo dopoguerra si sono succeduti alla guida dell'istituto camerale noti esponenti come Paris Panicucci, Ideale Guelfi, Virgilio Bendinelli e Luciano Pastechi. Tutti protagonisti delle lotte alla fabbrica di Porta a Mare: dalla pesante sconfitta del 1903, agli sviluppi più o meno positivi delle vertenze del 1968 e del 1983, caratterizzate dall'inarrestabile tendenza alla riduzione del personale, direttamente proporzionale all'incremento delle tecnologie d'avanguardia, con il progressivo ridimensionamento del ruolo dell'azienda in città».
Un capitolo importante è il tragico bombardamento su Pisa del 31 agosto 1943 che distrusse il quartiere di Porta a Mare e con esso la fabbrica.
«Lo stabilimento fu ricostruito dagli stessi operai, che lavorarono duramente senza riscuotere niente. Per loro fu una missione. Come non ricordare Remo Paolicchi, uno di quei protagonisti della ricostruzione, che lavorò incessantemente ai forni distrutti dai quali uscivano ancora fiammate, con operai che spesso svenivano e finivano all'ospedale. L'azienda, allora, passava solo le scarpe: il sopra era di stoffa e la suola di cartone rivestita con pezzi di copertone di gomma ricavati da vecchie ruote d'auto».
Nell'epilogo del libro c'è un bel ricordo autobiografico.
«Nel 2001 fui sottoposto a un difficile intervento al cuore, rimasi in sala operatoria per 8 ore e a lungo in terapia intensiva, dove avevo solo pochi bagliori di lucidità. Ebbi una sensazione, la presenza di una persona a fianco del letto. Non potevano essere familiari, perché non erano ammessi. Quando mi riebbi, notai un infermiere. Più tardi lo riconobbi: era un ex operaio della Saint Gobain, Fabio Di Puccio, uno dei giovani delegati che più si era arrabbiato pe l'accordo che io, come segretario della Cgil di Pisa, avevo firmato nel 1983. Mi era stato vicino per tantissime ore in ospedale e aveva cambiato i turni per continuare la sua "sorveglianza". Quel suo comportamento mi fece capire che, come accadeva in quei tempi, le discussioni fra compagni potevano anche arrivare a toni aspri, duri per sostenere la propria idea, le proprie convinzioni, ma non si arrivava mai alla rottura personale. C'era un involucro di solidarietà, la consapevolezza di lavorare per gli stessi obiettivi: un volersi bene al di là degli steccati».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google