Lutto
Mano tesa o chiusura a Firenze: si dividono anche gli storici locali
«Hanno il vizio dei dominatori, vedi la vicenda aeroporto» Ma c’è chi invoca distensione e iniziative culturali comuni
PISA. Campanilismo sì, campanilismo no. O meglio, da una parte la riaffermazione del secco diniego all'"affronto fiorentino di invadere il suolo pisano" con i suoi sbandieratori, dall'altra un'apertura morbida o anche convinta a manifestazioni culturali che vedano coinvolte Pisa e Firenze nel segno della cordialità e della festa. A bocce ferme le due fazioni in città si equivalgono, anche fra i tanti personaggi di primo piano, cultori e fautori della storia e delle tradizioni pisane. A connotare la nascita del "caso pisano" - o meglio l'inizio "sanguinoso" del tentativo di distensione tra Pisa e Firenze - è il professor Antonio Fascetti. «Mi sono documentato per dare anche un significato storico a questa disputa di campanile - dice il professore - e ho scoperto che nel IV volume delle "Memorie istoriche di più uomini illustri pisani" monsignor Angelo Fabroni parla di Pietro Gambacorti, allora signore e Capitano del popolo della Repubblica di Pisa, come promotore di una iniziativa tra pisani e fiorentini per "fare insieme giochi di sbandieratori". Una sorta di festa per sviluppare il già fiorente commercio tra Firenze e Pisa. Come scrive il Fabroni, Pietro Gambacorti sosteneva che "se al male si risponde col male si provoca discordia a non finire", quindi conviene "far pace con chi ti viene incontro". Quell'apertura ai fiorentini costò però carissima a Pietro Gambacorti _ era il 1392 _ che si fidò troppo di Jacopo d'Appiano, nativo di Ponsacco, paladino di una politica filomilanese. Quando Gambacorti spalancò le braccia ai suoi "amici", all'inizio del ponte di Mezzo dalla parte di Mezzogiorno (oggi è la Piazza XX Settembre, sotto il Comune, ndr), fu infilzato dal d'Appiano o dai suoi schierani con una lancia nel petto. Così il d'Appiano gli succedette alla guida della Repubblica di Pisa».
Come dire: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Per il professor Fascetti, comunque, promuovere iniziative culturali e di folclore tra pisani e fiorentini «è lodevole», pur restando incancellabile l'onta della feroce dominazione fiorentina a Pisa.
Aspro con i fiorentini, invece, è Francesco Capecchi, un altro cultore di storia pisana, commentatore più volte per la Rai dell'Antica Regata delle Repubbliche Marinare e del Gioco del Ponte. «La polemica degli sbandieratori fiorentini non accolti alla festa sul litorale - dice Capecchi - non la capisco proprio, perché qui a Pisa abbiamo gruppi di sbandieratori bravi e apprezzati in tutta Italia, che vanno ovunque per dare il loro appassionato e gratuito contributo. Insomma, gli sbandieratori fiorentini sul litorale ci sarebbero stati come il cavolo a merenda e gli organizzatori di quella festa a Marina avrebbero fatto meglio a non invitarli. Ma questa polemica mi dà la stura per un discorso ben più profondo: come mai in Toscana tutti ce l'hanno coi fiorentini? Da Pisa, a Grosseto, a Prato, a Siena e così via. C'è addirittura Volterra che celebra ogni anno, ancora oggi, una Messa in onore dei Caduti dell'occupazione fiorentina. I fiorentini sono sempre stati dei dominatori e questo vizio non l'hanno perso neppure oggi. La guerra degli aeroporti è l'emblema più stridente: Firenze vorrebbe ingoiare Pisa».
«Però - dice Capecchi - per onore della storia, occorrerebbe anche riconoscere che ci sono fiorentini e fiorentini. Bisognerebbe, noi pisani, restituire a Cosimo I de' Medici quello che è di Cosimo I. Al granduca di Toscana era intitolato il lungarno pisano che dalla Cittadella conduce al ponte sull'Aurelia. Nel maggio dello scorso anno la giunta decise di mandarlo in pensione, sostituendolo con il lungarno Giacomo Leopardi, indubbiamente un grandissimo nome, ma che ha già una strada a lui intitolata, nella via dove aveva abitato nel suo lungo soggiorno pisano e dove aveva scritto l'immortale "A Silvia". Ebbene bisognerebbe ridare dignità all'"epurato fiorentino" Cosimo I, intitolandogli almeno il terreno dove nacque il primo Orto Botanico del mondo, nella zona della Cittadella, adiacente agli Arsenali Medicei. Ma oltre a fondare l'Orto, Cosimo I riordinò e sviluppò l'Università nel 1543 e chiamò a lavorare a Pisa artisti del calibro di Donatello e Vasari. Non ultimo fece rinascere l'attività marinara con la fondazione, nel 1562, dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. E' insomma un fiorentino che ha voluto bene a Pisa».
Conciliante con gli sbandieratori fiorentini, infine, a titolo personale, è il presidente dell'associazione Amici del Gioco del Ponte, nonché presidente onorario della Compagnia balestrieri pisani e presidente della Filarmonica Pisana, Umberto Moschini. «Una presa di posizione così accanita contro Firenze - dice - è da stadio (in questo caso il campanilismo lo comprendo in pieno), ma è ingiustificabile in manifestazioni culturali o di folclore. Il fatto che gli sbandieratori fiorentini potessero venire sul nostro litorale, era un omaggio a Pisa, un atto di umiltà. Come facemmo noi come parte di Mezzogiorno il 5 maggio 1984 a Siena, quando il Gioco del Ponte rese omaggio al Palio. Fummo accolti con una grande festa. Lo spirito fiorentino nel rendere omaggio a Marina di Pisa aveva lo stesso significato: la brutta figura l'abbiamo fatta noi pisani».
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