Il Tirreno

Pisa

Le piccole imprese ko con gli appalti al ribasso

di Carlo Venturini
Le piccole imprese ko con gli appalti al ribasso

La Fillea Cgil lancia l’allarme e accusa le pubbliche amministrazioni «In più il ritardo nei pagamenti sta diventando una piaga economica e sociale»

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PISA. «A Pisa, su cento appalti nell'edilizia, 95 sono al massimo ribasso. In questo modo vengono meno misure di sicurezza e diritti contrattuali». Lo denuncia la Fillea-Cgil e sul banco degli imputati finiscono proprio quei soggetti appaltanti che dovrebbero dare il buon esempio: Provincia, Comune, Università, Azienda ospedaliera universitaria, Apes, e altri soggetti pubblico-istituzionali. L'altra faccia, ugualmente negativa, della medaglia è che questi stessi enti, per rispettare il patto di stabilità (un tetto che blocca le spese correnti delle pubbliche amministrazioni) non pagano o meglio, pagano dopo 3-4 mesi mentre dovrebbero onorare le fatture entro 60 giorni. Un doppio gancio da ko per le piccole aziende locali. «Le piccole imprese edili - spiegano Pablo Cartone e Giovanni Giannasio della Fillea Cgil - sono diventate praticamente le banche degli enti territoriali perché fanno "credito" agli enti pubblici in quanto questi ultimi pagano in maniera ultra dilazionata strizzando, succhiando la disponibilità di cassa, cioè la liquidità dei piccoli imprenditori». E il primo a rimetterci è il semplice operaio.

Appalti al massimo ribasso. E' una pratica abusata dagli enti pubblici nel settore del mattone. «Questo andazzo - spiegano dalla Cgil - soprattutto nel settore edile costringe gli imprenditori e i lavoratori a fare i salti mortali risparmiando su materiali, garanzie per la sicurezza e diritti contrattuali come ad esempio straordinari, trasferte». E' facile immaginarsi il perché. Un piccolo imprenditore con 4-5 operai non ha tantissimo margine di "competitività" e può giocare al ribasso solo su quelle voci facilmente decurtabili,ma altrettanto pericolose e dannose come la sicurezza e il salario. «Se per caso una piccola impresa riesce a vincere una gara grazie al massimo ribasso, magari succede che in corso d'opera non ce la fa a reggere, chiude il cantiere, dispone la cassa integrazione e i lavori si fermano». Come dire che alla fine non ci guadagna nessuno. «In realtà - spiegano dalla Cgil - qualcuno ci guadagna e cioè quelle grosse imprese edili provenienti spesso dal sud del Paese». E qui si apre un altro capitolo intimamente legato però sempre alla questione del massimo ribasso. «Fino a pochi anni fa - continua il sindacato - almeno la metà degli investimenti nel settore, ricadevano su ditte del territorio mentre oggi, rimangono pochi spiccioli per le nostre aziende». L'elenco degli appalti pubblici assegnati a ditte che applicano il massimo ribasso è lungo e trasversale. Si va dai lavori della ex Guidotti dell'Università, ad alcune palazzine di edilizia popolare del Cep e di Barbaricina dell'Apes. Nell'ultimo mese sono stati assegnati 4 appalti per opere di manutenzione da parte della Provincia sempre con la procedura della gara aperta e quindi con il fianco prestato all'offerta al massimo ribasso. Ma poi ci sono lavori per strade e scuole anch'essi sottoposti alla pratica dell'appalto al massimo ribasso. «Nuovi appalti all'orizzonte non ce ne sono - dice Cartone - e il piatto piange, mentre nulla si sa dell'inizio dei lavori per le ristrutturazioni del Santa Chiara». Il sindacato ricorda il patto sottoscritto tra Prefettura e provincia sulla trasparenza degli appalti. «Invitiamo ad onorarlo», dice la Fillea Cgil.

Il ritardato pagamento da parte degli enti pubblici. «È una piaga economica che sta diventando sociale», dice Giannasio. «In Cgil riceviamo tutti i giorni almeno una decina di richieste di aiuto e di consulenza su come comportarsi quando a non pagare sono gli enti pubblici», aggiunge Cartone. Il cane si morde la coda: gli enti pubblici pagano in ritardo, gli imprenditori lo fanno a loro volta con i propri operai e con i sub fornitori. Di fatto non circola liquidità né dalle amministrazioni né dalle banche. «I piccoli imprenditori o gli operai ci chiamano, minacciano gesti estremi, ci chiedono come e se possono attivare gli ammortizzatori sociali in caso di mancata liquidità», dicono i sindacalisti che svolgono il duplice ruolo di consulenti e assistenti sociali. Tutto ciò avviene per il famigerato patto di stabilità. Gli enti pubblici potrebbero pagare ma non lo possono fare se non per una percentuale che non ecceda le loro spese correnti. I soldi cioè restano nel cassetto. «Peccato però che siano puntualissimi nell'esigere i tributi a loro dovuti», ironizzano i sindacalisti. Ed Equitalia è in agguato.

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