Il Tirreno

Pisa

Derubò il padre complice la madre

di Candida Virgone

Condannati ieri in tribunale a 4 anni a testa: ipotecate case dell’uomo, un commercialista, per tre milioni di euro

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PISA. Otto anni in due. Condannati ieri pomeriggio in tribunale una madre e un figlio per aver raggirato quello che rispettivamente è il padre e l’ex marito. Una storia che ha dell’incredibile: secondo l’accusa la donna, Barbara Castiglione, 57 anni a maggio, e il figlio, Andrea Raimondi, 30 anni a ottobre, hanno portato via al padre del ragazzo, Carlo, 65 anni, un assegno di cinquantamila euro e immobili per quasi tre milioni e ipotecati con l’accensione di mutui per finanziare società immobiliari della donna, tutto sotto sequestro da quattro anni. I fatti si sono svolti a Pisa nell’ottobre di sei anni fa, quando l’uomo, un professore di ragioneria di Ascoli Piceno, che faceva il commercialista ed ha redatto un opuscolo di contabilità noto in tutta Italia, dopo battaglie legali con l’ex moglie durate praticamente tutta una vita e quasi arrivate in porto, avrebbe tentato un riavvicinamento col figlio.

Il pm ha chiesto per gli imputati, chiamati a rispondere di truffa, falso e furto, tre anni e mezzo a testa; l’avvocato del padre, che si era costituito parte civile, Leonardo Grossi, una pena di giustizia, le spese legali, una provvisionale di 25mila euro e la sospensione del sequestro dei beni subordinata alla cancellazione delle ipoteche; la difesa, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Del Papa, di Carrara, in tesi l’assoluzione con formula dubitativa e in ipotesi il minimo della pena e la condizionale.

Il ragazzo abita a Pisa, la sorella a Udine, la madre a Trento, il padre ad Ascoli con la compagna e la sorella. Tutto accade nel soggiorno pisano di Carlo, fra il 10 e il 27 ottobre del 2006. Secondo l’accusa il figlio chiede al padre di farsi fare impegnative per controlli medici anche psichiatrici, cosa che il medico di famiglia si rifiuta di fare. Giunto a Pisa, di fatto, Carlo risulta irreperibile finché i familiari ne denunciano la scomparsa e la sua banca, ad Ascoli, si rifiuta di pagare un suo assegno per 50mila euro a favore del figlio, mentre sul conto ci sono solo ventimila euro. Inviato a Pisa, il legale di famiglia trova Raimondi ricoverato in clinica psichiatrica dove, secondo esami del sangue, sarebbe arrivato sotto effetto di benziodiazepine. Avrebbe perso il portafogli con assegni e patente e il cellulare. Mentre l’assegno viene sequestrato e viene fatta una denuncia in procura, pochi giorni dopo all’uomo viene diagnosticato un tumore al cervello e solo due anni dopo, facendo una visura catastale, si scopre l’ipoteca accesa sui suoi immobili del valore di tre milioni di euro e l’esistenza di una procura dell’uomo alla ex moglie, per il passaggio a lei dei suoi beni, redatta nello studio del notaio pisano Romoli. Dagli atti sequestrati si scopre che la patente dell’uomo usata per la procura ha la foto di un’altra persona, un uomo che sarebbe andato dal notaio al posto di Carlo, e che la firma è molto diversa dalla sua, come proverà una perizia. Negli anni era stato chiesto il sequestro dei beni seguito da un dissequestro della procura su richiesta dagli imputati e seguito da un nuovo sequestro chiesto dal proprietario. Il giudice monocratico Donato D’Auria, dopo quasi due ore di camera di consiglio, ieri pomeriggio ha condannato madre e figlio a quattro anni a testa per il furto dell’assegno e della patente, la falsificazione della patente e per falso ideologico in atto pubblico avendo indotto il notaio in errore. Non ha riconosciuto la truffa e ha rinviato gli atti alla procura per il furto dei beni pluriaggravato dal danno ingente e dall’uso del mezzo fraudolento. Mentre corre parallela una causa civile, si prevede dunque un uovo procedimento penale: intanto si avvicina la prescrizione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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