Il dolore
Ascoltati in procura i figli di Roberta
Daniele e Alessia a colloquio per un’ora e mezzo dal pm. E intanto c’è un altro indagato per omicidio volontario
di Candida Virgone
PISA
. Un’ora e mezza. Tanto è durato ieri pomeriggio, in procura, il colloquio fra il pm Aldo Mantovani, il magistrato che indaga sulla morte di Roberta Ragusa (l’imprenditrice scomparsa misteriosamente da Gello di San Giuliano la notte del 13 gennaio), e i figli della donna, Daniele Logli, quindici anni, studente ginnasiale del classico Galilei, e Alessia, dieci anni e mezzo, ultimo anno delle elementari. Di fatto Daniele era già stato ascoltato dagli inquirenti sommariamente all’inizio di quello che è diventato un vero giallo e su cui si è concentrata l’attenzione dei media nazionali. Il marito di Roberta, Daniele Logli, è stato avvisato poco prima delle tre del pomeriggio della convocazione in procura ed ha chiamato il suo avvocato, Roberto Cavani. Erano le tre e un quarto quando Logli, i ragazzi e Cavani sono stati prelevati da due carabinieri in borghese e accompagnati in via Beccaria. I ragazzi sono stati ascoltati alla presenza di una psicologa, mentre il padre e il suo legale hanno atteso fuori. Prima è entrato Daniele, poi Alessia, che indossava ancora il grembiulino di scuola. Chiaramente sull’ascolto - avvenuto né come testi, né come persone informate sui fatti, precisa Cavani - anche trattandosi di due minori, c’è assoluto riserbo. Ma il colloquio, che era nell’aria e di cui si parlava da giorni, sarebbe stato necessario per chiarire alcuni particolari relativi all’ultima sera trascorsa in casa dalla donna, al suo abbigliamento e agli oggetti che possono mancare da casa.
Intanto c’è da dire che ogni notizia che riguarda questo mistero, dalla più insignificante in su, viene stranamente centellinata dagli inquirenti e quel che filtra al di fuori è spesso viziato da imprecisioni e fuorviamenti che portano il circo mediatico a sproloquiare fuori luogo e senza chiarezza su fatti e protagonisti di questo dramma familiare che vede vittime soprattutto questi due ragazzi.
E di fatto, guarda caso, non è solo Antonio Logli, 48 anni, il marito di Roberta, l’unico indagato nell’inchiesta per omicidio volontario aperta sul caso parallelamente al fascicolo per allontanamento volontario, come si è detto finora: c’è anche il famoso teste, di cui si è parlato più volte, che ad un mese di distanza dei fatti era andato dagli inquirenti a raccontare di aver dato un passaggio alla donna. Si tratta di Antonio Fusi, 62 anni, di Pontedera. L’uomo si era rivolto all’Arma solo a distanza di trenta giorni, dopo aver visto la notizia e le foto della signora Ragusa in tv. Ha ricordato così di aver dato un passaggio quella notte, alle due e mezza, ad una donna incontrata all’autogrill dell’uscita della Fi-Pi-Li di Pontedera sud e di averla accompagnata con la sua Panda fino alla stazione ferroviaria della capitale della Piaggio.
Questa versione potrebbe incastrarsi, se si crede ad una fuga, con altre due testimonianze. La prima è quella delle titolari della paninoteca «Dolce e salato», in via Contessa Matilde, dove quella notte, intorno alle due, sarebbe entrata una signora in tuta rosa che avrebbe chiesto di usare il bagno e che, al diniego dovuto alle pulizie in corso, sarebbe uscita dopo aver acquistato una bottiglia d’acqua, per salire su un suv che l’aspettava.
La seconda è quella di due commesse dell’autogrill dell’uscita di Pontedera sud della superstrada, che hanno raccontato di aver notato una signora con grandi occhi blu che entrava in bagno con una tuta rosa per cambiarsi d’abito. La donna a cui Fusi dà un passaggio indossa pantaloni e giaccone nero, ha con sé due grandi borse, però fuma, abitudine che l’imprenditrice scomparsa non aveva, ma che potrebbe anche voler dire molto poco.L’intervento dei Ris, i reparti di investigazione scientifica dei carabinieri, ha riguardato non solo l’abitazione, gli uffici, le rimesse e le auto in uso ai Logli, ma anche la Panda di Fusi, sulla quale però i rilievi sarebbero stati ardui in quanto aveva un abitacolo zeppo di cose, fra cui un coltello che è valso all’uomo la denuncia per porto abusivo di arma da taglio di genere proibito. L’avviso di garanzia a lui per omicidio volontario - spiegano gli investigatori - di fatto è un atto tecnico d’obbligo per dar luogo ai rilievi dei Ris e accertare se su quella macchina si può davvero trovare il dna di Roberta Ragusa. Se anche questo particolare venisse escluso, come si è detto più volte, la pista dell’allontanamento volontario - in ogni caso poco credibile alla luce di tanti particolari, non ultimo il lasso di tempo trascorso dalla scomparsa - potrebbe dirsi definitivamente tramontata, esclusi ovviamente nuovi avvistamenti validi e non inconcludenti come quelli avvenuti finora.
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