Sicurezza
Caccia, è guerra sugli appostamenti per il colombaccio
Il Comune li vuole vietare per ragioni di sicurezza le “doppiette” del litorale insorgono ma litigano tra loro
MARINA. La caccia al colombaccio divide Federcaccia. Infatti, l’ipotesi del Comune di Pisa di non rinnovare la concessione per le postazioni fisse di Tombolo ha scatenato un scontro interno: alcuni degli iscritti al sindacato venatorio plaudono, altri contestano l’assessore al turismo Giuseppe Forte.
Ma il presidente provinciale di Federcaccia, Marco Salvadori, ammettendo che la sezione di Marina «può sembrare spaccata», aggiunge che la posizione ufficiale «è una e una sola: difendiamo tutte le forme di caccia e a maggior ragione quella altamente specialistica che si svolge sul Litorale».
Si tratta di una tradizione inventata proprio a Marina agli inizi del Novecento e poi esportata in tutta Italia: sulla cima dei pini sono installate delle postazioni mimetizzate dalle quali, con tecniche particolari (si utilizzano persino piccioni addestrati per guidare gli stormi dei colombacci), si cerca di sparare ai volatili che passano tra gli alberi, a distanza molto ravvicinata.
Al momento sono 17 le postazioni, distanziate 300 metri l’una dall’altra, che il Comune affitta a un centinaio di cacciatori: 17 sono titolari, gli altri ne fruiscono alternandosi. La maggior parte dei cacciatori che pagano la tassa di concessione per l’appostamento fisso è marinese; segue un certo numero di residenti a Livorno.
A tutti questi il 16 febbraio Forte invia una lettera che manifesta l’intenzione di «non procedere al rinnovo»: gli uffici tecnici hanno dato parere negativo circa l’autorizzazione del terreno comunale. Il ruolo della politica in pratica finisce qui, perché la partita diventa tutta interna a Federcaccia. Dei circa 6.500 iscritti provinciali, la vicenda interessa un migliaio di persone, le più vicine al litorale: i cento fruitori, ovvio, difendono «la grande attività che permette di curare, tutelare e soprattutto conservare gli ambienti naturali». Mentre i contrari esultano perché «finalmente è cessato un privilegio: la tutela dell’ambiente sostenuta dai titolari è solo “di facciata”, perché gli appostamenti non devono essere agganciati al fusto del pino, per salvaguardarne la salute. Invece, tutti quelli di Tombolo si appoggiano anche alla pianta, in evidente contravvenzione alla determina comunale».
Salvadori spiega che «non vogliamo il Far West»: se le postazioni fisse scomparissero, si passerebbe alla modalità di caccia a terra, in cui la distanza tra i cacciatori scende a 100 metri. E sostiene che le conseguenze sarebbero tante e tutte negative: in termini di sicurezza, per esempio, perché gli uomini in campo triplicherebbero, e di ambiente, perché raccogliere le cartucce è più facile nei nove metri quadri della postazione.
Ma il rischio maggiore è che cambi il parere dell’Ente Parco di San Rossore: «Oggi sostiene che non c’è danno sui flussi migratori, mentre in futuro la deregulation potrebbe fargli cambiare idea». Insomma, meglio pochi cacciatori che nessuno. Giovedì scorso c’è stato un incontro tra Federcaccia e i vertici del consiglio comunale: si lavora a una proroga di un anno, durante la quale Comune, Provincia, Parco, Ambito territoriale di caccia e Federcaccia scrivano insieme le regole per il futuro, salvando le esigenze di tutti, compresi quelli che nella pineta ci vanno per passeggiare. Tempo che Salvadori utilizzerà anche per ricompattare il mondo venatorio, superando «aspetti strettamente locali e interessi personali di qualcuno».
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