Proteste
«Macchè squilibrato, è un pastafariano»
La singolare “religione” dello scolapasta spiega il gesto del ragazzo caduto in Arno: è un adepto
PISA. Stefano Mancini, ministro di culto della Cpi, Chiesa pastafariana italiana, scrive al Tirreno per manifestare tutta la sua indignazione: «Mi sono sentito offeso dall’articolo in cui definite “squilibrato” il ragazzo che si è gettato in Arno per recuperare lo scolapasta che indossava in testa. Vorrei farvi presente che il 29enne è un adepto della nostra religione e portare uno scolapasta come copricapo non è altro che il nostro simbolo di appartenenza». In effetti, il 22 marzo, un fiorentino residente a Cascina ha dato mostra delle sue doti atletiche lanciandosi dal ponte di Mezzo; due poliziotti lo hanno convinto a risalire dallo scalo Roncioni e lo hanno consegnato al personale dell’ambulanza accorsa sul posto: in questi frangenti il soggetto ha dichiarato la sua intenzione di recuperare lo scolapasta.
Conclusa senza conseguenze la dimensione fisica della vicenda, resta irrisolto l’impenetrabile dramma spirituale, insomma il “perché”. Non aiuta l’analisi del rito pastafariano: «Cala a pasta, scola a pasta, condisci a pasta, magna a pasta. Ramen!». Infatti, questa lettura non regge la prova del “gioco dei perché”, quel “rito” perverso a cui prima o poi si è dovuto sottoporre chiunque ha avuto a che fare con un bambino. Ebbene, il pargolo potrebbe chiedere: «Perché se lo scolapasta cade in Arno, il pastafariano non ne compra un altro?». Detto con sincerità: non intendiamo polemizzare con il reverendo Mancini. Anzi, massimo rispetto per la sua religione, di cui egli è «socio fondatore». E analogo, se non maggiore, apprezzamento per «i valori: libertà, uguaglianza e fratellanza, il rifiuto dei dogmi e la fede nella scienza e nel Prodigioso Spaghetto Volante».
Resta tuttavia un dubbio: Mancini propone l’esempio di un cristiano a cui cadesse il proprio crocifisso in un fiume e professa «la certezza» che in molti casi questi «si tufferebbe nel tentativo di recuperarlo». Non risultano casi documentati e, in ogni caso, per salvare un simbolo religioso si metterebbe a repentaglio una vita umana. Senza pretesa di insegnare la sua religione al reverendo, ciò sembra in contraddizione con il secondo degli otto Condimenti (comandamenti?): «Per favore, non usatemi per opprimere, soggiogare, scannare e/o come modo per maltrattare gli altri». Anche noi stessi siano gli «altri».
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