Il Tirreno

Pisa

Il bando non convince La Leopolda perde i pezzi

di Gianluca Campanella

Casa delle donna e Legambiente escono dalla “Stazione” per protesta «Come associazioni no-profit siamo incompatibili con i criteri di assegnazione»

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PISA. La Casa della donna e Legambiente escono dalla “Casa della città Leopolda”, il cartello di circa 60 sigle che da più di dieci anni è assegnatario degli spazi della Stazione Leopolda. E motivano il loro passo indietro con «l’incompatibilità» tra la loro natura associativa no-profit e i criteri stabiliti dal recente bando pubblicato dal Comune: esso scade il 16 aprile e decreterà il nuovo gestore per i prossimi sette anni.

Secondo la Casa della donna, i due punti più “indigesti” sono: il requisito in base al quale le associazioni non devono «avere pendenze di occupazioni senza titolo in immobili di proprietà del Comune di Pisa o di privati»; e gli oltre 100mila euro annui di canone richiesto (prima erano solo mille) che si aggiungono alla manutenzione ordinaria (39mila euro, che si paga da sempre) e a quella straordinaria (13mila, finora non a carico del concessionario). Legambiente contesta pure l’introduzione del Comitato istituzionale, uno strumento formale di dialogo con il vincitore del bando: Marco Ricci, presidente del movimento ecologista, lo reputa «un diritto di ingerenza che si riserva l’amministrazione».

Al momento, ognuno degli associati a Città Leopolda, versa una quota di 100 euro l’anno. Col nuovo bando, se vincesse di nuovo la stessa aggregazione, dovrebbe cambiare poco per le singole sigle. Ma per reperire tutti i soldi richiesti, è il loro ragionamento, gli spazi dovrebbero essere sempre utilizzati da attività commerciali sottraendolo a quelle associative. L’alternativa è dipendere dal contributo del Comune (quest’anno 55 mila euro) che non è sicuro per i prossimi bilanci, dato che la legge vieta di prendere impegni a lunga scadenza. Quindi «o snaturano la realtà delle associazioni o attaccano la nostra autonomia», recitano all’unisono i due fuoriusciti.

Sulla questione delle occupazioni, varie associazioni cittadine in questi giorni hanno scritto comunicati in cui distinguono tra «pendenze» e «sentenze», ricordando il garantismo che vige in Italia fino a condanna definitiva. Casa della donna precisa pure di non ritrovarsi in quella situazione: se è vero che «l’8 marzo 1981, il movimento pisano delle donne occupò in modo simbolico il rudere abbandonato di via Galli Tassi», è anche vero che l’associazione è stata costituita solo nel 1996 e che l’Amministrazione provinciale in carica negli anni Ottanta «assunse l’impegno di ristrutturare l’immobile e di trasformarlo in sede della Casa della Donna, come poi avvenne nel 1990».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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