Il dolore
Dagli stenti a un figlio sindaco in Brasile
Luciano Ducci è il “prefeito” di una città di 3 milioni di abitanti. Suo padre partì per il Sudamerica negli anni Cinquanta da Marina. Ecco la sua storia
PISA. Questa è una storia che parte da Marina di Pisa e arriva fino in Brasile. Ma quanta distanza c’è tra Marina di Pisa e il Brasile? Le mappe interattive dicono quasi 4.900 chilometri (in linea d’aria). Un’enormità, quanto il dipanarsi di questa stessa vicenda che prende piede dagli stenti veri e giunge sino alla poltrona di sindaco (“prefeito”) di una grande città brasiliana, Curitiba, che conta circa 3 milioni di abitanti (più di trenta volte quelli di Pisa).
Parte anche da quel sondaggio lanciato da Il Tirreno sul suo sito, sulla scia del libretto dello scrittore pisano Marco Malvaldi che spiegava i motivi d’orgoglio del suo essere pisano. Tra le tantissime risposte arrivate quella di Piero Pierotti, calcesano di nascita, presidente dell’Aibacom, associazione italiana per la balbuzie e la comunicazione con sede a Cascina. Pierotti, come gli altri, ha proposto il suo elenco. Dunque: i lungarni; una partita di calcio, molti anni fa, a cui in curva Nord erano stati invitato molti senegalesi; Romeo Anconetani. E poi: «I pisani nel mondo. Gente forte, gente di grande carattere. Sono in questo momento in Brasile, a Curitiba. Passo spesso qualche ora con Giancarlo Ducci, marinese purosangue pieno di saudade. Arrivato qui ventenne, ha fatto la fame, ha visto morire di lavoro il padre, ha lottato e sofferto. Oggi suo figlio è sindaco di Curitiba, città di 3 milioni di abitanti».
E’ così che si spalanca una sorta di romanzo, quella del marinese Giancarlo Ducci e del figlio Luciano, diventato l’apprezzato sindaco di Curitiba, una delle città che ospiteranno i mondiali di calcio del 2014 in Brasile. Il contatto è proprio Pierotti, che aveva un bisnonno emigrato verso la fine del 1800 a San Paolo. Questo legame con il Brasile fa sì che ci torni ogni anno durante l’inverno italiano. A Curitiba ha conosciuto i Ducci, marito e moglie, che gli hanno raccontato la loro storia. Eccola.
Il nonno di Giancarlo Ducci era emigrato in Brasile, nell’interno del Paranà, verso la fine del 1800. Erano 13 figli, di cui l’ultimo nato sulla nave mentre stavano precipitosamente tornando in Italia per problemi piuttosto seri avuti con un fazendero (imprenditore agricolo) che gli aveva ammazzato i pochi maiali che erano il sostentamento della famiglia. Intorno al 1950 uno dei figli (il padre di Giancarlo) decise di voler tentare di nuovo l’avventura: aveva 5 figli maschi e la vita era dura. Giancarlo, allora ventenne, faceva l’operatore nel cinema di Marina e di giorno andava a comprare la frutta dai contadini e la rivendeva con un carretto sul lungomare.
Arrivati in Brasile si sono dovuti arrangiare. Scelsero di stabilirsi a Cornélio Procópio, nell’interno dello Stato di Paranà. La zona era ricca di boschi e si cercavano braccia giovani e forti per tagliare e trasportare la legna. E qui la vicenda si intreccia con quella della moglie di Giancarlo, Splendora, la cui famiglia era arrivata pressoché nello stesso periodo in Brasile dall’Abruzzo. I suoi genitori avevano la bellezza di 10 femmine e non era facile farsi assumere. Una famiglia con 8 figli maschi, molto ambita, pose l’aut aut: o tutti o nessuno. Anche Splendora ha sofferto molto: con le sorelle dormiva nel porcile con i maiali, tanto che alcune di loro si ammalarono.
Un giorno il padre di Giancarlo ebbe un ictus in mezzo al bosco dove lavoravano. Giancarlo se lo prese in spalla portandolo fino al paese: una ventina di chilometri. Qui fortunatamente un po’ di gente raccolse del denaro per trasportare il padre nell’ospedale di una città vicina: rimase paralizzato e nel giro di pochi anni morì. Questo lutto, i soldi che erano sempre insufficienti, il lavoro che era una sorta di schiavitù: così Giancarlo, scoraggiato, andò nella capitale dello Stato, Curitiba, per chiedere al consolato italiano come poter rientrare in Italia. Splendora, intanto, era stata portata all’ospedale di Curitiba per curare la sua malattia: lì si conobbero, si innamorarono e dopo sei mesi, a metà anni Cinquanta, erano marito e moglie.
Pensarono che a Curitiba, città in rapida crescita, avrebbero avuto più possibilità di lavoro e si fermarono. Lei faceva qualche servizio nelle famiglie e Giancarlo si mise a vendere frutta nelle strade più eleganti. Pian piano, lavorando sodo, cominciarono a sistemarsi: qualche piccolo appezzamento di terra che costava praticamente niente, qualche albero da frutto e poi un proprio “sitio” (un posto in campagna dove coltivare ortaggi e alberi da frutto e allevare gli animale). Un po’ di soldini cominciarono ad arrivare fino ad aprire una grande rivendita di frutta al “ceasa”, l’enorme mercato della frutta che rifornisce hotel, ristoranti, supermercati, negozi, ecc. Così hanno potuto far studiare i tre figli: Luciano (medico, specializzatosi a Roma e da tre anni “prefeito”" di Curitiba), Claudio (che oggi dirige l’attività del padre) e Giuliana, impiegata in banca. Tutto al di là dell’oceano, partendo da Marina di Pisa.
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