Il dolore
Ecco la nuova Imu Comune orientato a confermare lo 0,4
Il governo dà la possibilità di modificare le aliquote ma per i conti dell’amministrazione il ritocco non conviene
PISA. Manca ormai poco a giugno, mese in cui si dovrà pagare per la prima volta l’Imu, imposta municipale unica. E se alcuni Comuni hanno già stabilito le aliquote da applicare, a Pisa si preferisce aspettare che il ministero dell’Economia dia una parola definitiva sulle regole. Esistono infatti delle aliquote base e delle “forchette” entro cui ciascun municipio può far oscillare il prelievo della nuova tassa che sostituisce l’Ici. Ma esistono anche dei vincoli che pone lo Stato: e questi rendono molto rischioso mettere mano alle aliquote. Vediamo perché, anticipando che secondo una nostra stima, il Comune di Pisa dovrebbe lasciare quasi tutto sul valore di base fissato.
Il passato. Dal 2008 Berlusconi abolì l’imposta su tutte le prime case (Prodi l’aveva tolta solo ai redditi bassi). E 22.775 pisani si ritrovarono esenti, facendo mancare nelle casse pubbliche 10,7 milioni di euro. In città c’erano varie aliquote: il 6 per mille sull’abitazione principale, il 2 sui canoni concordati, il 9 sugli alloggi non locati e il 7 per mille su tutto il resto.
Cosa cambia oggi. Si reintroduce l’imposizione sulla prima casa al 4 per mille e si fissa il resto al 7,6 per mille. Cambia pure la base imponibile. Prima l’aliquota si calcolava sulla rendita catastale rivalutata del 5% e moltiplicata per un fattore diverso a seconda dell’immobile. Ora tutti quei moltiplicatori sono aumentati: passano a 160 per gli appartamenti (era 100), a 140 per laboratori (era 100 anche questo), 80 per uffici (50 il precedente), 60 per i capannoni (da 50) e 55 per i negozi (partiva da 34).
I paletti dello Stato/1. Pisa nel 2011 ha incassato 22 milioni di euro dall’Ici da seconde case e altri immobili. Su quella base imponibile, lo Stato quest’anno vuole la metà. Mentre gli introiti derivanti dalla rinnovata imposizione sulla prima casa restano tutti in città. Tuttavia se la somma di questi ultimi più la metà delle seconde case dovesse superare il tetto dei precedenti 22 milioni, l’eccedenza va al governo di Roma e non resta nelle casse locali. Pertanto, sarebbe un inutile “suicidio” politico ed economico se i sindaci, e nella fattispecie Marco Filippeschi, decidessero di incrementare molto le aliquote (quella sulla prima casa, del 4 per mille, può andare dal 2 al 6; l’altra, del 7,6 per mille, può essere alzata o abbassata di 3 punti).
I paletti dello Stato/2. Altra certezza è che, al contrario, se si riducono le imposizioni, lo Stato si prende la sua parte come se fosse stata applicata l’aliquota base. Per esempio, supponiamo che un commerciante debba pagare 760 euro di base sul suo negozio, di cui 380 vanno a Pisa e 380 a Roma. Se il Comune applica la soglia minima, cioè il 4,6 per mille, il commerciante paga “solo” 460 euro, ma Roma vuole sempre i suoi 380 euro e a Pisa ne restano solo 80. In pratica, lo sconto è tutto a carico del Comune. In teoria, se alla fine dei conti Pisa incassasse meno dei 22 milioni, ci sarebbe un fondo nazionale di riequilibrio, per compensare le eventuali perdite.
I nodi ancora irrisolti. Il problema è che il valore definitivo del fondo di riequilibrio per il 2012, si conoscerà solo nel marzo dell’anno prossimo. E sembra che mancheranno 1,45 miliardi rispetto a quanti servirebbero per tappare i minori introiti: ragion per cui tenere troppo basse le aliquote significa rischiare un buco in bilancio. Altro dubbio è sugli enti pubblici: le norme sostengono che essi devono pagare l’Imu anche sugli immobili «non istituzionali», ma nessuno ancora sa cosa significhi. Per capirci: il teatro Verdi paga o è esente? Ancora, c’è poca flessibilità nella “potestà regolamentare”: nel 2008 in città c’erano quattro scaglioni; ora tutto ciò che è al 7,6 per mille o si alza in blocco o si riduce insieme, senza troppe distinzioni. Ma non è ufficiale. Infine, e sarebbe una svolta, è allo studio la possibilità di destinare ai Comuni non il 50% del gettito su seconde case, ma il 70% che, nel nostro caso di 22 milioni, farebbe passare la quota locale da 11 a 15,4 milioni. In attesa di chiarimenti, si aspetta per decidere.
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