Attenzione
Ci sentiamo più soli senza Occupy Pisa
La mattina del 15 febbraio il quartiere dove abitiamo e da anni cerchiamo di costruire forme di socialità che si oppongano alle dinamiche di individualismo e rassegnazione è stato tristemente...
La mattina del 15 febbraio il quartiere dove abitiamo e da anni cerchiamo di costruire forme di socialità che si oppongano alle dinamiche di individualismo e rassegnazione è stato tristemente svegliato dal rumore delle camionette della polizia che, circondando l’isolato con un notevole dispiegamento di forze, ha messo in atto lo sgombero dei ragazzi del progetto Occupy Pisa.
I ragazzi di Occupy da novembre avevano occupato gli spazi di via la Pergola, lasciati vuoti da oltre otto anni, dandogli nuova vita, riempiendoli di progetti, momenti di socialità, assemblee, iniziative rivolte a tutta la città. I ragazzi di via la Pergola, studenti, precari, lavoratori, disoccupati sono stati e sono, per noi residenti del quartiere, una realtà che giorno dopo giorno è entrata a far parte del nostro quotidiano.
Abbiamo capito l’importanza della loro scelta di riprendersi quel luogo simbolo di speculazione e arroganza, emblema delle contraddizioni inaccettabili che costantemente attraversano il nostro vivere. Un luogo che dalle prime notti, in cui vedevamo le loro figure infreddolite stringersi intorno al fuoco, è riuscito a crescere e ad attrarre tanti di noi.
In questi mesi abbiamo imparato a conoscerli e a conoscerci, a vederli parte della nostra realtà, a scegliere di dedicare il nostro tempo alle assemblee, alla costruzione di iniziative e momenti di condivisione sempre più frequenti. Dal primo pranzo sotto l’arco in piazza San Giorgio al giorno della Befana, alla giornata del Baratto, all’iniziativa che doveva riempire le stanze di via la Pegola proprio la sera del 15 sul rapporto tra centro e periferia in città.
Occupy Pisa è un progetto di cui è evidente il valore in una città sempre più impoverita, dove anno dopo anno scompaiono i pochi spazi di socialità rimasti. Ci sentiamo vicini a coloro che sono senza una casa, ai giovani che per questo non possono formare una famiglia, ai bambini che non hanno piazze in cui giocare, agli anziani che non hanno calore da condividere. L'allontanamento di questi ragazzi ci fa sentire impoveriti, ancora una volta respinti entro i confini di una solitudine che vogliono farci credere preziosa, ma che finisce per spegnere la nostra vita. Che città è mai quella che all'apertura e allo scambio oppone chiusura e isolamento? Viene alla mente la frase del grande scrittore Italo Calvino: “D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.
Comitato Vicinidicasa
e altri abitanti del quartiere Santa Maria
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