Il Tirreno

Pisa

Grande assenti genitori e sposa bambina

Grande assenti genitori e sposa bambina

Iniziato il processo davanti alla Corte d’assise alla famiglia nomade accusata di violenza sessuale e riduzione in schiavitù

3 MINUTI DI LETTURA





PISA. Davanti alla Corte d’Assise, presieduta da Luca Salutini con a latere Leonardo Degl’Innocenti più i giudici popolari, è iniziato ieri mattina in tribunale il processo a carico di sei nomadi, in parte del campo di Coltano, in parte di Gello di Lavaiano, accusati di aver portato in Italia con l’inganno una quattordicenne kosovara, per darla in sposa, secondo il rito rom, al figlio minorenne. Si tratta del caso riportato dalla cronaca nell’ottobre di due anni fa come quello «della sposa bambina».

Gli imputati sono tutti i familiari dello sposo minorenne, che compirà 18 anni a breve. Sono gli zii del ragazzo, Erizon Mahmuti, 40 anni, e la moglie Vjolka Dibrani, 39 anni, il padre, Riza Haliti, 35 anni, e la madre, Ibadet Dibrani, 35 anni, la nonna, Nebehat Hamiti, 55 anni, e il marito, Havdus Hamiti, 57 anni. Pesantissime le accuse: i sei devono rispondere, a vario titolo, di violenza sessuale, tentata violenza e violenza sessuale di gruppo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tratta di persone e riduzione in schiavitù.

Apertosi ieri mattina con l’ammissione delle prove e la richiesta delle trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali, il dibattimento è stato aggiornato al 13 marzo prossimo per l’incarico ai periti delle trascrizioni e per l’audizione dei testi del pm Pietroiusti. Non c’è stata la costituzione di parte civile delle parti offese: i genitori e la ragazzina, da tempo rientrati tutti in Kosovo e mai attivatisi in tal senso, e un’altra minorenne trovata nel campo e messa con la piccola kosovara in una struttura protetta.

I fatti risalgono all’ottobre del 2010, quando la ragazzina raccontò di essere stata portata in Italia con l’inganno e di essere stata costretta al matrimonio e a rapporti sessuali col ragazzo e di essere stata trattata come una schiava o un cane. La famiglia, assistita dagli avvocati Giuseppe Cutellè, Marco Meoli, Micola Giribaldi, Tiziana Mannocci e Luca Cianferoni, si è sempre difesa sostenendo che la ragazza è stata portata in Italia in accordo con i genitori sul rito matrimoniale rom, previsto dalle loro tradizioni. I genitori però, a cui era stato assicurato che in Italia la figlia avrebbe fatto la vita da principessa, chiamarono la polizia perché la ragazzina, eludendo la vigilanza, aveva telefonato loro raccontando di essere trattata malissimo.Gli accusati sono al centro di numerose polemiche: accolti nelle villette di a Coltano sono stati esclusi dai programmi di accoglienza per questa vicenda e per il ritrovamento nel loro frigo di un tesoro di 300mila euro in oro rubato. I nonni, nullatententi, sono sotto processo dopo il sequestro di auto, varie attività e un grosso podere con villa a Gello di Lavaiano, quello da cui partì la faida che scoppiò a Marina e che portò in carcere 22 macedoni e 8 kosovari.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze